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Pisa, tende smontate: l’occupazione si sposta in un edificio dell’Ateneo

di Francesco Paletti
Pisa, tende smontate: l’occupazione si sposta in un edificio dell’Ateneo

Gli “Studenti per la Palestina”: «Ora il livello della mobilitazione si alza»

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PISA. Via le tende dal giardino di antichistica, storia e filosofia. L’accampata degli “Studenti per la Palestina” cambia sede. In linea d’aria di una manciata di metri. Ma nella sostanza, e anche simbolicamente, è un salto di qualità nella mobilitazione: perché da un giardino l’occupazione si sposta in un edificio, quello al numero 46 di via Santa Maria, una palazzina di quattro piani di proprietà dell’Università di Pisa ma inutilizzata, che da ieri mattina è diventata la nuova “casa” degli universitari da mesi impegnati a sostegno della popolazione palestinese e nel chiedere all’ateneo pisano il boicottaggio delle università israeliane e la cessazione di ogni rapporto con le industrie belliche.

Nei giorni scorsi hanno incassato anche la vicinanza di una parte del mondo accademico e della ricerca pisana. In tanti, infatti, ora cominciano a esporsi e prendere posizione: dal Dipartimento di chimica a quelli di Scienze Agrarie e Scienze della Terra fino al Cnr dell’area di Pisa. Studenti sì, ma diversi docenti, ricercatori, dottorandi e personale tecnico e amministrativo. Molti di loro hanno sottoscritto appelli e documenti inviati all’attenzione del rettore e del senato accademico in cui pongono ai vertici dell’ateneo le stesse questioni e richieste degli “Studenti per la Palestina”. «Nulla andrà avanti se non verrà fermata la complicità tra l’Università di Pisa da una parte e l’industria bellica e le università israeliane promotrici di un apartheid di fatto nei confronti degli studenti palestinesi e sostenitrici delle politiche di Netanyahu dall’altro», dicono Alessandra e Giacomo del gruppo di comunicazione, la faccia sempre bella dei vent’anni, ma un po’ più stanca e con meno sorrisi rispetto a qualche settimana fa. «Da oggi il livello della mobilitazione si alza», aggiungono. Al secondo piano c’è già anche il nome della nuova residenza: appeso a una finestra sventola uno striscione con la scritta “Sumud”. «È una parola palestinese, quasi intraducibile in italiano: è un po’ una via di mezzo tra resilienza e resistenza», spiega Giacomo. Ma resistere a chi e a che cosa? «Ai vertici della nostra università che il 13 giugno scorso hanno, sostanzialmente, respinto tutte le nostre mozioni – dice Alessandra –: in venti hanno deciso di dire di no alle richieste delle centinaia di persone che hanno frequentato l’accampata. A fronte delle nostre documentate mozioni e delle prese di posizione di tanta parte del mondo accademico non hanno avuto nemmeno la volontà di sospendere gli accordi con le università israeliane per capire meglio». Il disaccordo stridente, dunque, è soprattutto sul “no” al boicottaggio degli atenei israeliani, affermato nella riunione del Senato Accademico di marzo e riconfermato in quello aperto della settimana scorsa.

Ma gli “Studenti per la Palestina” bocciano anche le decisioni prese dai vertici dell’ateneo per impedire la collaborazione a progetti di ricerca aventi finalità bellica. Per loro la “clausola civile” è una foglia di fico. «La introdurranno nello statuto e negli altri regolamenti dell’università per dire che non collaboreranno a progetti di ricerca finalizzati a sistemi d’arma? Era molto più semplice dire e scrivere che con chi produce armi non si fanno progetti di ricerca insieme – spiegano –: per cosa pensano che saranno impiegati i risultati delle ricerche con Leonardo spa?». Da qui la decisione di alzare il livello della mobilitazione. «Finora abbiamo sempre cercato il confronto e il dialogo con le governance universitaria, ma alla luce dei fatti ora ci muoveremo da soli», annunciano. Come e in che direzione lo stabiliranno nelle prossime riunioni in programma al “Samud”. Intanto alla finestra del primo piano hanno messo anche la didascalia: “Il genocidio non si ferma, l’Intifada continua: spazio occupato”.


 

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