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Stadi, per l’archistar Marco Casamonti è quello di Pisa il simbolo dell’arretratezza italiana: «Degrado a due passi dalla meraviglia»
L’architetto del “Viola Park” boccia l’impianto di Pisa: «A poche centinaia di metri da una delle piazze più belle del mondo c’è uno degli stadi più degradati d’Italia»
PISA. «Possibile che a Pisa, a poche centinaia di metri, da una delle piazze più belle del mondo, si trovi uno degli stadi più degradati d’Italia? ». Proprio non se ne capacita l’architetto Marco Casamonti del paradosso della città della Torre e dell’Arena Garibaldi, stadio tanto carico di storia quanto di acciacchi, proprio a due passi dal campanile di Bonanno Pisano, simbolo dell’Italia nel mondo e meta di milioni di visitatori ogni anno. «Non è l’unico, ovviamente, ma se dovessi indicarle un luogo emblematico dell’arretratezza italiana in materia di stadi e infrastrutture sportive, il primo che mi viene in mente è proprio Pisa».
Sa di quel che parla Casamonti, 59 anni, ordinario di composizione architettonica e urbana, fondatore e direttore creativo di Archea associati e fondatore e socio di Marco Casamonti&Partner. Guida una squadra di 40 dipendenti e più di duecento collaboratori con cui progetta grattacieli (l’ultimo di 16 piani a Shangai) e cantine (è già nei manuali di architettura quella dei Marchesi Antinori realizzata nel 2012 nelle colline di San Casciano Val di Pese). Ma anche stadi e centri sportivi: c’è la sua firma, ad esempio, sul Bluenergy Stadium di Udine e sull’Arena Kombetare di Tirana, ma anche sul “Viola Park” di Bagno a Ripoli, la nuova casa della Fiorentina.
È uno di quelli, insomma, per il quale si potrebbe scomodare a ragion venduta il neologismo “archistar”, se non fosse che «proprio quel vocabolo non mi piace e quindi la invito a non accostarlo a me» sorride garbato nel corso di una chiacchierata sulla sostenibilità in architettura. In cui, inevitabilmente, il discorso scivola anche sugli stadi e spunta fuori l’esempio dell’Arena. Come ciò che non dovrebbe mai accadere. «E che, invece, in Italia si ripete troppo spesso».
Ma a Pisa che si dovrebbe fare?
«Guardi, non lo chieda a me. Non conosco da vicino la situazione. Però sono convinto che uno stadio in quelle condizioni vicino a uno dei luoghi più belli del mondo, non debba starci».
Dunque lei sarebbe favorevole a spostare fuori città un eventuale nuovo stadio?
«No, la penso esattamente al contrario. In primo luogo perché una delle emergenze nazionali è il consumo di suolo: in Italia si è costruito troppo e penso che, di fronte a qualunque idea progettuale, la prima cosa che deve chiedersi chi fa il mio mestiere è se c’è del “già costruito” su cui si possa andare a intervenire. Questo vale per tutte le opere architettoniche: sia che si tratti di un palazzo, di un teatro o di una piazza. Poi vi sono delle ragioni specifiche che riguardano gli stadi, e che ne rendono particolarmente opportuna la presenza in contesti urbani. ..».
Quali sono?
«Gli stadi contemporanei devono essere pensati come infrastrutture che “vivono” 12 mesi all’anno. Questo fa sì che al loro interno possano essere collocati ristoranti, palestre, supermercati, musei, anche negozi di vicinato e altro. Ma uno spazio del genere funziona se è un luogo urbanizzato e vissuto. Altrimenti c’è da porsi il problema di realizzare le infrastrutture per portarci le persone, con ulteriore consumo di suolo. A questa ragione, di carattere urbanistico-architettonico, però, ne vorrei aggiungere un’altra di tipo storico. ..».
Prego.
«Gli stadi, soprattutto quando una storia più che secolare come quello di Pisa, sono infrastrutture attorno a cui, nel tempo, si è disegnato l’assetto urbano e sociale del quartiere in cui si trovano. Spostarlo vuol dire, spesso, dover ridisegnare il quartiere».
Dunque per lei, l’Arena Garibaldi dovrebbe rimanere lì?
«Guardando dall’esterno e da lontano, dire di sì. Anche se per esprimermi compiutamente dovrei avere degli elementi di conoscenza che non ho. Mi pare, però, che anche le ipotesi progettuali prevedano di ricostruire lo stadio di Pisa lì dove si trova adesso. ..».
Le conosce?
«Vagamente. So che c’era stato un concorso d’idee, se non sbaglio, qualche anno fa. Credo, però, che una soluzione debba essere trovata: è auspicabile che comune e società siedano attorno a un tavolo ed escano con un percorso condiviso. Nel 2020 uno stadio del genere non è giustificabile in nessun luogo, figurarsi a due passi da una piazza di straordinaria bellezza come quella dei Miracoli».
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