Il Tirreno

Pisa

Il racconto

Calcio giovanile negato, sogna di giocare ma ha “già” 8 anni: «Troppo tardi per cominciare». Il caso nel Pisano

di Valentina Landucci

	Una partita di calcio giovanile
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Una partita di calcio giovanile

Un bambino ha trovato una squadra dopo 4 tentativi ma in due anni ha giocato solo 5 partite. La testimonianza della mamma

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PISA. «Ha 8 anni, è tardi per iscriverlo». Una frase che si è sentita ripetere più di una volta. Che suona strana a chi, guardando il proprio figlio di 8 anni, appunto, vede un bambino con interessi, curiosità, timori e una strada ancora tutta da percorrere. Una persona il cui talento, le cui potenzialità, sono ancora in grandissima parte, da scoprire, coltivare, far crescere. Nello studio, nei rapporti con gli altri. E certamente anche nello sport. Gli “altri” sport, però. Non il calcio. Non in un mondo – ed è capitato almeno in tre diverse occasioni con altrettante società sportive nel settore calcistico in provincia – già ad 8 anni si fa selezione tra bambini più o meno dotati da mettere in campo per vincere. Figuriamoci, quindi, se a quell’età si può pensare di insegnare loro, da zero, come si gioca.

La frase in questione è stata ripetuta a una mamma della provincia di Pisa che ha cercato di assecondare il desiderio del figlio di giocare a pallone. Prima aveva sperimentato il nuoto e altri sport «imparando a giocare, a fare gruppo, al di là delle sue capacità» racconta la mamma. «Poi ha voluto provare il calcio e così mi sono rivolta alla società che ha una scuola calcio nel comune dove abitiamo». Ed è arrivato il primo “stop”: «È tardi per iscriverlo».

Succedeva due anni fa, il bambino aveva appunto 8 anni. «Solamente per poter iscrivere il bambino a calcio ho dovuto girare 4 paesi» racconta ancora la mamma. Al quarto tentativo è andata meglio ma comunque non come il bambino e i suoi genitori speravano. «Ho dovuto chiedere di incontrare il referente della scuola calcio, per chiedere delucidazioni su come funzionassero le cose». Perché quel “tardi” non l’aveva convinta. «Tutti a dirmi che a 8 anni era tardi per iscrivere un bambino a calcio» racconta ancora. «Mi è stato anche detto che, se proprio insistevo, mi avrebbero concesso una prova e ho pensato che si trattasse di far provare il bimbo, per capire se davvero il calcio gli piacesse. Invece no, la prova era per l’allenatore, cioè si trattava di un “provino”».

In altre parole sarebbe stato il bimbo, a 8 anni, a dover dimostrare all’allenatore di “essere all’altezza” di entrare in squadra. Dopo i primi tre tentativi al quarto «alla fine me lo hanno iscritto» spiega la donna. Bene. Ma non benissimo. «In due anni credo abbia fatto 5 partire». Con buona pace delle indicazioni degli organismi nazionali di governo del calcio che chiedono alle società di far giocare tutti i bimbi, far prevalere principi come l’educazione e la socialità, ad esempio, alla competizione, certamente importante ma non decisiva tra i più piccoli.

«Metodicamente – continua il racconto della mamma – convocano i soliti bambini anche quando sono previste 2/3 partite nel fine settimana». E questo nonostante il bimbo sia «sempre presente agli allenamenti, all’inizio due volte alla settimana, quest’anno tre». E il piccolo atleta non la prende bene. «Il bimbo piange e ha ansia da convocazione» aggiunge la mamma che poi fa presente un’altra conseguenza di quello che appare un metodo diffuso nel mondo del calcio dei più piccoli: «Ultimamente non vuole nemmeno più andare agli allenamenti – conclude – Tutto questo sistema è veramente insostenibile».

Il racconto della donna arriva a poca distanza dalla lettera-denuncia di un nonno pisano sul tema, a conferma del fatto che si tratta di un problema reale e forse più diffuso di quanto si creda. «L’ho letto – spiega – e ho voluto dare voce anch'io a questa situazione». Un nonno che, di fronte all’ansia da convocazione del nipote ha preso carta e penna chiamando in causa Fgic e Coni. Di risposte, per ora, ne sono arrivate poche. Peccato, perché si tratta di una questione educativa – dal punto di vista di un genitore – ma, in prospettiva, anche strutturale: bene che le scuole calcio allevino buoni calciatori, ma al calcio farebbe forse meglio far crescere buoni appassionati.

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