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Calcio giovanile

In campo solo quelli bravi, la denuncia del nonno di un baby calciatore: «Ma gli allenatori sono adeguati?»

di Valentina Landucci
In campo solo quelli bravi, la denuncia del nonno di un baby calciatore: «Ma gli allenatori sono adeguati?»

La lettera di un professionista e imprenditore pisano indirizzata al nostro giornale: tra genitori-ultras, ansia da convocazione e circolari Figc ignorate

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PISA. «Vorrei “denunciare” a chi sovraintende allo sport (assessore comunale, dirigenti Coni) un “problema sociale”. Sono un nonno e come tale mi interesso alla crescita dei miei nipoti». Comincia così la lettera di un professionista e imprenditore pisano (del quale manterremo l’anonimato poiché coinvolge un minore della sua famiglia, ndr), indirizzata al nostro giornale, che affronta un tema con il quale tante mamme, papà e nonni fanno i conti nelle proprie famiglie. Quello dell’importanza, per i più piccoli, di fare sport in ambienti che dovrebbero essere inclusivi ma che, alla prova dei fatti, non si rivelano tali, privilegiando una esclusività che si traduce nella... panchina: giochi se sei bravo, altrimenti resti a casa, o appunto in panchina perché anche se hai 10 anni e una grande passione, in questo caso per il calcio, ma ti mancano i piedi giusti partecipare va bene, però vincere è più importante. Con buona pace dei principi, messi nero su bianco, da organizzazioni e federazioni sportive nazionali che per i giovanissimi atleti non suggeriscono ma prescrivono regole ben diverse. Una in particolare: tutti devono giocare. Anche i meno bravi.

I genitori-ultras

«Ho sempre sostenuto che per una crescita “sana” di fisico e di mente lo sport è un esercizio molto valido – scrive il nonno – Per questo ho sempre aiutato i miei nipoti affinché svolgessero varie attività sportive: con buoni risultati si sono cimentati dal judo al pattinaggio, alla ginnastica artistica, d’estate praticano surf, nuoto e tennis d’inverno avendo i genitori appassionati anche di montagna praticano lo sci. Insomma un buon bagaglio di conoscenze sportiva. Devo dire anche che sono stato contento quando il maschio non aveva scelto il “calcio”. Nel passato avevo avuto una esperienza negativa in questo settore». Esperienza legata a una iniziativa di accoglienza di bambini, provenienti dalla Bielorussia, coinvolti anche in tornei di calcio. «Purtroppo ho dovuto assistere ad una biasimevole e costante attività di “tifoseria” dei genitori delle squadre avversarie – prosegue la leggera – Parolacce, urla e frasi orribili inveite contro gli ospiti bielorussi. Questo avveniva sui campi da gioco di Volterra (incontri regionali Figc), Peccioli e Pontedera».

Le rassicurazioni disattese

Il pallone però – e da tanti punti di vista per fortuna – rimane una grande e contagiosa passione. Così il nipote dell’autore di questa lettera, sollecitato anche dai compagni, decide di provare a giocare in una squadra di calcio della zona. «Al dirigente che ci accolse, in particolare, chiedemmo notizie ed informazioni di come si svolgevano le partite del sabato e domenica – scrive il nonno – Chi ci accolse era una persona “over 70”, molto disponibile e competente a darci informazioni, tra l’altro ci disse che proprio dall’anno 2023 la Figc aveva emanato una circolare nella quale dava precise indicazioni per lo svolgimento sia degli allenamenti che per la partecipazione di tutti i componenti il gruppo alle partite settimanali. Questo ultimo punto era stato da me sollecitato avendo raccolto e saputo che spesso gli allenatori invece di far giocare tutti, fanno una selezione e fanno giocare solo quelli che a loro giudizio sono i migliori. Il tutto perché anziché considerare questa attività uno sport che deve far crescere il sentimento di partecipazione, socializzazione, rispetto e solidarietà preferiscono il concetto di competizione, selezione con l’obbiettivo di vincere».

L’ansia da convocazione

Ma un conto è la teoria. Un altro la pratica. Condizionata, inevitabilmente, dal “chi” fa le cose e dal “come” le fa con i ragazzini che si trova a gestire dentro e fuori dai campi sportivi. E se vincere conta più che partecipare, non tutti – racconta il nonno – hanno questa possibilità. Al nipote «piace e piacerebbe partecipare agli incontri di calcio. Invece ecco che arriva l’ansia da “convocazione” del venerdì e sabato mattina».

Cosa dicono le circolari Figc

«Ho letto e riletto le circolari Figc – scrive – nelle stesse è espressamente detto che l’attività di calcio per giovani è una attività ludica e non competitiva. E allora perché, mi chiedo, le società fanno convocazioni mirate? Si scelgono di far giocare sempre i più bravini, mentre le schiappe no? A che serve la Figc che dà indicazioni per far giocare tutti almeno un tempo se poi queste indicazioni vengono sempre disattese? L’allenatore non convoca tutti, pertanto mi chiedo: come fa a crescere questi atleti se non li prova? Non ci parla, non gli fa fare specifici esercizi? Anche di potenziamento fisico, come la corsa, gli scatti, l’elevazione».

Non solo al Tirreno

Il nonno non si è limitato ascrivere al Tirreno. Ha preso carta e penna e si è rivolto direttamente ai vari livelli di Figc provinciale e regionale ed anche al Coni, chiamando in causa il campione pisano, già presidente regionale del Coni, Salvatore Sanzo, oltre che alla stessa società dove gioca il nipote. Uno sforzo non vano. E questo alla fine è un buon segnale. «La società mi ha fatto incontrare il direttore – prosegue a lettera – che mi ha assicurato che si adopererà per far migliorare questi aspetti. Figc e Coni sono al momento assenti, mentre mi ha fatto molto piacere ricevere una mail di risposta da Salvatore Sanzo».

Ma gli allenatori sono adeguati?

Resta la questione di fondo. Centrale per il nonno autore della lettera e per tanti altri famigliari di bambini e bambine che fanno sport. «Ma gli allenatori sono adeguati a trasmettere buona educazione e rispetto delle regole? – si domanda il nonno – Chi controlla tutto questo? Chi fa formazione a questi allenatori?». Insomma: le regole ci sono, ma anche quando sono note è difficile (ma non impossibile) che vengano applicate. Con il risultato che bambini e bambine non ancora adolescenti vengano esclusi dall’elite dei “bravini”, messi “fuori” a 10 anni come se fosse normale in un ambiente che dovrebbe unire – non a caso fare squadra – anziché separare.

«Era un po di tempo che meditavo di scrivervi – conclude il nonno – avevo soprasseduto, perché mi sembrava “troppo”, ma visto che il tipo di ambiente è molto generalizzato, mi si dice che è un problema di tutte le scuole calcio della città, allora è ora di denunciare. Mi auguro che altri nonni e genitori facciano altrettanto e che emerga questo dissapore e questo “disagio” educativo».

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