Il Tirreno

Pisa

In tribunale

Trovato morto a 27 anni alla caserma Gamerra: «Mio figlio poteva essere salvato»

di Sabrina Chiellini
Trovato morto a 27 anni alla caserma Gamerra: «Mio figlio poteva essere salvato»

Il caso nella stessa caserma di Emanuele Scieri. Battaglia a suon di consulenze al processo contro l’ex superiore della vittima: «Cosa è successo tra le 3 e le 7 della mattina?»

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PISA. «Troppe cose non tornano nella ricostruzione di come è morto mio figlio Tiziano». Tito Celoni, padre del militare trovato morto nella caserma Gamerra, nel novembre 2017, non si dà pace. Chiede giustizia, vuole la verità su quella notte. In tribunale a Pisa è ancora in corso il processo di primo grado nei confronti di Fabio Tirrito, 38 anni, di Casalguidi (Serravalle Pistoiese), il militare accusato di omicidio colposo per la morte del commilitone nel centro di paracadutismo, già nota per il caso Scieri.

Tirrito all’epoca dei fatti era caporal maggiore dei parà, quindi diretto superiore del paracadustista morto. L’accusa per lui è non aver allertato i soccorsi, come il più anziano e il più alto in grado tra i tre presenti al momento del fatto, violando il codice penale. Tiziano Celoni, 27 anni, residente a Gallese (Viterbo) , fu trovato senza vita in una branda della caserma Gamerra, dopo che aveva trascorso la notte con Tirrito con il quale era uscito la sera precedente per andare a cena e dallo stesso riportato alle 7,30 della mattina in uno stato di totale incapacità. «La sera mio figlio è andato a cena con un suo superiore, come ci aveva riferito e come emerge da una foto e dai messaggi vocali che ci aveva inviato. I fatti oggettivi riferiscono che, alle 3 ha effettuato regolarmente un prelievo al bancomat di soldi che sono stati poi rinvenuti nella sua disponibilità. Alle 7,30 circa le testimonianze dicono che è stato accompagnato all’interno delle camerate in uno stato di totale incapacità. Mi domando: cosa è successo tra le 3 e le 7 della mattina? » aggiunge Celoni.

Tirrito - difeso dagli avvocati Francesca Baregi e Gabriella Cirillo - al rientro chiese aiuto a due commilitoni per portare Celoni dall’auto alla camerata, poi condannati per omissione di soccorso. Dalle telecamere si vede che Celoni era in abiti civili quando venne portato sulla branda. Quello che era successo nelle ore precedenti venne poi svelato dall’autopsia e dall’esame tossicologico. Tanto che in tribunale a Pisa su questo aspetto si è svolta una lunga udienza con le deposizioni dei consulenti, chiamati a valutare le condizioni del militare quando arrivò in caserma. Tra i consulenti della difesa anche la professoressa Elisabetta Bertol, già docente di tossicologia forense presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Firenze e i consulenti dell’Università di Napoli, nominati dalla procura. Dalle analisi risulta che nel corpo del 27enne ci fosse la presenza di alcol ed eroina in quantità sufficienti per perdere conoscenza.

Un soccorso immediato, è la tesi di Procura e parti civili, gli avrebbe salvato la vita. E di questo è convinto il padre: «Se avessero allertato l’ufficiale medico oppure l’infermeria interna alla caserma, le cose non sarebbero andate così. Per non parlare dei soccorsi del 118 che sono stati allertati, a quanto sembra, quando era troppo tardi».

I familiari si sono costituiti parte civile con i legali Muriel Petrucci e Max Giordano Marescalchi. «Sono convinto che mio figlio fosse già morto quando, alle 13,25, dalla caserma hanno attivato i soccorsi» si sfoga il padre della vittima. Ma è quello che è successo ancora prima che mi lascia perplesso. Come ha fatto mio figlio a rientrare in caserma senza che nessuno lo avesse visto? Raccontano che non stava in piedi, che era sdraiato sul sedile. Ma come è possibile che il responsabile del controllo in accesso alla caserma, in un periodo, tra l’altro di massima sicurezza, non abbia provveduto all’identificazione di mio figlio, violando, tra l’altro, anche il codice dell’ordinamento militare? Se ciò, fosse avvenuto, viste le condizioni di salute riprese dalle telecamere interne della caserma e confermate dai testi escussi, le cose sarebbero andate ben diversamente e Tiziano sarebbe ancora tra noi. Tante cose non tornano nella ricostruzione che abbiamo sentito. Nel referto del 118 si legge che è stato rianimato con il defibrillatore, circostanza smentita dallo stesso teste in aula. Al processo il medico ha però dichiarato che mio figlio era già morto quando è arrivata l’ambulanza. Dicono che la mattina era in licenza, invece noi sapevamo che doveva essere in servizio. Eppure quando lui non si è presentato all’adunata nessuno l’ha cercato. Gli orari della ricostruzione dei fatti non tornano. Perché? Poteva salvarsi? Non smetterò di cercare la verità».

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