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Genio, ironia e tanta pisanità: quanto ci manca Marco Tangheroni a 20 anni dalla morte. La moglie: «Rivorrei la sua allegria»
L'11 febbraio la scomparsa del grande medievista: «Era malato ma in lui prevaleva la voglia di vivere. Le tre figlie adottive? Le considerava un dono che non si aspettava»
Pisa Non te lo aspettavi. No, non te lo aspettavi che all’ingresso dello studio di uno dei più grandi medievisti del tuo tempo ci fosse scritto “Zona dejuventinizzata”. Ma a conoscere bene il professor Marco Tangheroni non c’era di che meravigliarsi. Al rigore e alla competenza che ne facevano uno storico di livello internazionale, univa uno spirito goliardico e ironico, segno di una personalità che non si esauriva nel pur immenso alveo della sua opera di studioso, ma sconfinava in argomenti guardati con disprezzo dagli intellettuali con la puzza sotto il naso. Ebbene sì, detestava i colori bianconeri della Juventus, tanto quanto amava i colori nerazzurri del Pisa, che seguiva, salute permettendo, da assiduo frequentatore dell’Arena Garibaldi. Il calcio era una delle sue passioni. Quando morì, l’11 febbraio del 2004, esattamente 20 anni fa, Pisa e la sua università persero un figlio geniale, capace di accrescerne il prestigio in Italia e nel mondo. Pochi giorni dopo la sua morte, Tangheroni avrebbe compiuto 58 anni, buona parte dei quali trascorsi a lottare coraggiosamente contro quella grave disfunzione ai reni che lo costringeva a tre sedute di dialisi alla settimana. Una tortura che ne aveva minato il fisico, ma non fiaccato il morale.
Per descrivere la sua opera di storico del Medioevo (e non solo) ci vorrebbe un giornale intero, tanto essa è ampia e articolata. Però il filone principale del suo vasto lavoro accademico ha riguardato indubbiamente i rapporti strettissimi fra la Pisa medievale e la Sardegna, isola di cui era innamorato. Libri come “La città dell’argento”, dedicato a Iglesias, “Commercio e navigazione nel Medioevo”, “Politica, commercio e agricoltura a Pisa nel Trecento” e “Gli Alliata. Una famiglia pisana nel Medioevo” sono tuttora punti di riferimento essenziali per comprendere le basi e le modalità della potenza di Pisa repubblica marinara. Memorabile in questo senso la mostra dal titolo “Pisa e il Mediterraneo” (con sottotitolo “Uomini, merci, idee dagli Etruschi ai Medici”) , che Tangheroni organizzò tra la fine del 2003 e l’inizio del 2004. Agli Arsenali Medicei furono esposti reperti archeologici, monete, sculture, disegni, bronzi, ceramiche, bandiere, armi, ancore, tutto materiale selezionato per restituire ai pisani la coscienza dell’importanza del rapporto fra la città e il mare. La mostra, accompagnata da un bellissimo catalogo, riscosse un eccezionale successo di pubblico e rappresentò il testamento culturale, spirituale e umano di Tangheroni, che non ebbe molto tempo di godersi la soddisfazione per l’exploit della sua colossale iniziativa. Un’iniziativa grazie alla quale aveva superato anche quello che lui definiva spesso un difetto storico dei pisani, cioè la tendenza a opporre due risposte negative (“È un lavorone” o “È un momentaccio”) a chi proponeva una qualsiasi attività. Il difetto era stato etichettato come “pisaggine” da Giampaolo Testi, arguto ed estroso conoscitore della nostra storia cittadina.
Tangheroni non ebbe modo neanche di apprezzare un altro prestigioso incarico, che gli venne assegnato proprio una manciata di giorni prima della scomparsa. L’ateneo infatti aveva deciso di accorpare il dipartimento di medievistica a quello di storia moderna e contemporanea, creando quindi il dipartimento unico di storia. La direzione della neonata struttura, all’inizio di febbraio 2004, venne affidata a Tangheroni, ma il destino avverso gli impedì di dare quest’ulteriore contributo all’università, che già gli doveva moltissimo (ricordiamo per inciso che, divenuto professore ordinario nel 1980, oltre che a Pisa ha insegnato negli atenei di Barcellona, Cagliari e Sassari) .
In un libro di Tangheroni uscito postumo, dal titolo “Della storia”, curato da Cecilia Iannella, la prefazione è firmata dal britannico David Abulafia, uno dei più grandi storici contemporanei, per molti anni professore a Cambridge, di cui Marco era amico. Ebbene, Abulafia riconosce la grandezza intellettuale di Tangheroni scrivendo fra l’altro: «Marco Tangheroni possedeva un talento raro: non solo di spiegare il passato ma di spiegare i compiti e le responsabilità dello storico. Questo libro apre la via verso una storiografia libera da pregiudizi ideologici, umanistica (nel senso migliore della parola) e anche umile, perché noi, studenti delle vite dei nostri predecessori, dovremo sempre agire con umiltà nei nostri tentativi di ricostruire le vite di uomini e donne che hanno realmente respirato, pensato e sognato». E ancora: «Tangheroni sapeva parlare con una voce chiara, simpatica e originale al gran pubblico e anche ai colleghi medievisti. Io ricordo benissimo le sue lezioni con la cadenza tipicamente pisana, toscana».
Parole sante, queste di Abulafia. Le lezioni di storia medievale di Tangheroni, che il sottoscritto ha seguito per un corso intero, erano effettivamente molto brillanti. Il professore aveva la capacità di tenere avvinto l’uditorio, trasmettendo l’amore per la storia, era un eccellente divulgatore. E poi possedeva un’abilità particolare nel mescolare il frutto del suo elevato ingegno a discorsi più leggeri, facendo ping pong calcistici con gli studenti e minacciando severe ritorsioni a chi confessava di essere juventino. Gli studenti apprezzavano l’intermezzo scherzoso e riprendevano volentieri la ponderosa didattica.
Tangheroni e la moglie Patrizia Paoletti, attuale presidente del Teatro Verdi di Pisa, hanno avuto tre figlie adottive, Beatrice, Gaudelive e Yvonne, arrivate in Italia dopo aver vissuto gli orrori della guerra civile in Ruanda. «Era molto orgoglioso di averle, le ha amate subito, le ha considerate un dono della vita che non si aspettava di ricevere, e da loro era amatissimo».
Quando la chiamo, Patrizia Paoletti è a Roma a fare la nonna, perché Yvonne, che lavora nella cooperazione internazionale, è in missione in Siria. «Mi chiede cosa mi è mancato più di lui in questi vent’anni? Le darò una risposta che la sorprenderà: la sua allegria. Sì, l’allegria… Si è ammalato da giovane, la sua esistenza dipendeva da una macchina, ma appena finiva la dialisi, dopo dieci minuti cercava di lasciarsela alle spalle, perché in lui prevaleva il piacere di vivere. Credo che l’essere così, sempre sereno, fosse anche un atto di generosità verso la sua famiglia. Questo è il grande insegnamento che ci ha lasciato».
Un grande insegnamento, certo, ma non il solo. Vinse la cattedra universitaria di primo livello prestissimo, però è sempre stato molto poco accademico, perché era aperto a tutti gli stimoli culturali. Era amico dei più grandi professori del mondo, ma questo non gli impediva di vedere la cultura anche in chi non faceva parte dell’ambiente universitario. Era legatissimo alla sua città, e la sua città lo sapeva, l’amore che Marco Tangheroni ha dato a Pisa, è stato ricambiato.
Anche se nel 1994, alle elezioni amministrative, si schierò con il centrodestra presentandosi come candidato sindaco di Pisa (venne sconfitto da Piero Floriani) , Tangheroni è stato sempre percepito come un uomo al di sopra delle parti. Ha lasciato un buon ricordo in tutti, una memoria trasversale, per esempio ha avuto un ottimo rapporto con Paolo Fontanelli e Aurelio Pellegrini, che di certo non la pensavano come lui. E non ha mai chiesto a uno studente quali fossero i suoi orientamenti politici. Era disponibile con i giovani, nella sua casa di Asciano riceveva e ascoltava tutti, sia che fossero aspiranti storici, sia che fossero allievi in difficoltà. Aveva una grande anima.
Nel pomeriggio di sabato 24 (il 24 febbraio, classe 1946, era il suo compleanno) , Marco Tangheroni verrà ricordato dal Lions Club Pisa nell’auditorium dell’Opera del Duomo. Durante la cerimonia, alla quale saranno presenti amici, colleghi e allievi, sarà consegnato un premio alla memoria di Luis Domenec, autorevole studioso catalano, amico di Marco. l
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