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Pisa, 25 anni senza Mau: «Aiutiamo altre vite per ricordare il nostro amico ultrà». Parla il tifoso che salì in ambulanza con lui
Maurizio Alberti morto a 30 anni dopo un malore al “Picco”. A lui è intitolata la curva nord dell’Arena Garibaldi. «Tanti buchi neri nei soccorsi, giustizia assente»
PISA. 24 gennaio 1999. 8 febbraio 1999. Una tragedia in due atti, un quarto di secolo fa. La domenica maledetta di Spezia-Pisa, poco calcio e tanta tensione, Maurizio che si sente male in curva, Maurizio che è gravissimo ma passa troppo tempo prima che i medici se ne accorgano, Maurizio in coma all’ospedale di Spezia, Maurizio in coma all’ospedale di Pisa, Maurizio che muore. Solo la (in)giustizia italiana non gli ha reso omaggio. Il suo nome è quello della Curva Nord nerazzurra, il suo nome è quello di un avvincente torneo di calcio organizzato ogni anno dai compagni di sciarpa, il suo nome è quello di un bel parco giochi a Pisa, il suo nome è stampato su uno striscione rispettato da tutte le tifoserie d’Italia, anche da quelle rivali. C’è scritto “Mau Ovunque”. Sì, Mau Ovunque in Italia, Mau Ovunque nel mondo, perché in suo nome sono state realizzate opere in Messico, in Uganda, in Burkina Faso, in Palestina. Opere importanti, per il benessere del popolo. Maurizio Alberti era un ragazzo di 30 anni e aveva un problema al cuore. Era un ultrà nerazzurro del gruppo dei Rangers, andava allo stadio con il suo inseparabile tamburo. Non mancava mai alle partite del Pisa, in casa e in trasferta. La sua morte, nelle aule di (in)giustizia, è stata silenziata dalla pilatesca formula dell’insufficienza di prove, ma negli animi degli amici e di tutti coloro che conoscono la sua storia, è stata onorata dal nobile sentimento della solidarietà e della vicinanza ai più deboli, agli ultimi. In suo nome. Alla sua memoria, al suo doloroso ricordo.
«Non alzava mai la voce»
Un amico, che era accanto a lui quando ebbe il malore fatale, ne traccia un profilo struggente: «Non gli ho mai sentito alzare la voce. Durante le discussioni fra noi ultrà lui ascoltava, poi parlava alla fine e con una battuta riassumeva tutto. Era una persona che trasmetteva pace, che infondeva un senso di tranquillità. Dava sicurezza, sempre calmo e rispettoso. Un punto di riferimento per gli ultrà più giovani. Se la confusione era a ovest lui andava a est, non gli piaceva trovarsi nei casini e, se vedeva qualcuno che poteva mettersi nei guai, cercava di fermarlo: “Ma dove vai scialucco!”. Scialucco e bischero erano le massime offese, mai una parolaccia. È stato lui, insieme ad Alino Marinari, a insegnare a una generazione di Rangers ad andare sempre in trasferta, anche dopo il fallimento del 1994, la grande passione per il Pisa ce l’ha tramandata lui». Un ultrà un po’ sui generis, un ragazzo tranquillo. Bravo e lavoratore. Ma a Spezia non lo trattarono come tale. Aveva i capelli lunghi, l’orecchino, era un ultrà, quindi, secondo i pregiudizi doveva per forza essere un facinoroso, una testa calda. Non si era sentito male in un luogo “rispettabile”, bensì nella curva di uno stadio. Avrà bevuto troppa birra, avrà fumato troppa marijuana. I pregiudizi a volte uccidono. Lui non beveva, lui non si drogava, né prima né dopo l’operazione: l’impianto di un pacemaker nel suo cuore capriccioso.
La scelta e l’inferno
Quella domenica pazzesca al “Picco” me la ricordo bene. Ero in tribuna, inviato del “Tirreno”. L’atmosfera era elettrica e spargeva un lugubre presagio. In tanti anni ne avevo viste di cotte e di crude: scazzottate, bastonate, violenti scontri tra i tifosi e le forze dell’ordine, lacrimogeni, sassaiole, assalti. Ma mai come quella domenica ebbi paura.
Tutta colpa della cervellotica decisione delle autorità spezzine di ospitare i tremila tifosi pisani nella curva nord, sede storica degli ultrà locali. Che non la presero bene, promettendo sfracelli. I nerazzurri si presentavano da dominatori della serie C2, lanciatissimi verso la promozione. «Salutate la capolista!». C’era tanto entusiasmo, smorzato dagli avvenimenti di quella giornata infame. Poco prima dell’inizio gli ultrà spezzini, costretti a emigrare in gradinata, cominciarono a lanciare di tutto verso la curva occupata dai pisani, che risposero alla provocazione. Fu l’antipasto del caos, che scoppiò a partita appena iniziata, quando gli spezzini gettarono in campo ogni tipo di corpo contundente, prendendo di mira il guardalinee che fu centrato in pieno da un oggetto volante (forse una scatola di carta igienica), finendo ferito per terra e poi all’ospedale. La gara venne sospesa e non riprese. All’ospedale ci finì anche la Rina, famosa e pittoresca supertifosa nerazzurra, che, scivolando sui gradoni, si ruppe una gamba.
Altro che “criticità media”
Maurizio era in piedi vicino a una balaustra, circondato dai compagni che, col megafono, dettavano il tempo dei cori, al centro della curva. Non aveva partecipato agli scontri fra pisani e spezzini. Crollò all’improvviso. Gli amici chiesero subito aiuto, ma in curva non c’era un punto di soccorso. Chiamarono l’ambulanza, che era parcheggiata fuori. I soccorritori ebbero difficoltà a muoversi in quel girone infernale. Non c’era il medico a bordo. I volontari non gli fecero nulla, né quando era sdraiato sui gradoni, privo di conoscenza, né sull’ambulanza, dove riuscì a salire un amico. Sul referto scrissero «criticità media» per «perdita di conoscenza/svenimento». «Criticità media» un tubo. Maurizio era in arresto cardiaco, e i compagni avevano informato i soccorritori dei suoi problemi al cuore. Avrebbe avuto bisogno dell’ossigeno, del massaggio cardiaco. Quando al pronto soccorso di Spezia i medici si resero conto della gravità della situazione, era troppo tardi. Il ragazzo, il nostro ragazzo, il ragazzo che amava la pace, il ragazzo con il tamburo innamorato del Pisa, era in coma. Non si riebbe più, per la disperazione del padre, della madre, del fratello, della sorella e degli amici. Le tentarono di tutte per svegliarlo, facendogli ascoltare le audiocassette con i cori della curva. Gli parlavano, lo coccolavano. Arrivarono in tanti al suo capezzale, tra questi anche Romeo Anconetani che, seppur malato, non si tirò indietro: una carezza e poi la sua voce inconfondibile. «Ragazzo, svegliati, torna fra noi». Tutto inutile. L’8 febbraio, al “Santa Chiara”a, dove era stato trasferito, Mau ci lasciò. Il suo cuore buono e generoso cessò di battere. Il suo tamburo non suonò più.
«Weah!». Poi il buio
Uno degli amici più cari racconta così quei minuti tremendi: «L’ultima immagine che ho di Maurizio prima del malore riguarda il Fantacalcio che facevamo insieme, io, lui e altri ragazzi della curva. Si girò verso di me e, con il pugno in alto come per esultare, mi disse: “Weah!”. Alla radio aveva sentito che aveva segnato Weah del Milan, uno dei suoi giocatori al Fantacalcio. Non lo vidi perdere i sensi, mi avvertirono altri ragazzi. Poi ho un buco. Ricordo l’arrivo dell’ambulanza e uno dei volontari che mi disse: “Te non puoi venire a bordo”. Io mi spacciai per suo cugino e mi fecero salire. Vidi subito un atteggiamento sbagliato, gli davano schiaffetti dicendogli: “Dai, riprenditi”. Pensavano che fosse un collasso da cannabis o da alcol. I pregiudizi sugli ultrà allora erano forti. Io gli dissi che aveva un pacemaker e un po’ si allarmarono. Il percorso fino all’ospedale durò pochi minuti. Gli misero il pulsossimetro al dito per vedere l’ossigenazione. Sono un tecnico ortopedico, un minimo me ne intendo, vidi questo tracciato, non c’era ossigenazione. Quando gli stavano per mettere l’ossigeno, arrivammo al pronto soccorso. Lo portarono dentro, io andai di corsa dietro alla barella, poi un medico mi buttò fuori. Poco dopo uscì una dottoressa che mi disse: “Chiama a casa perché non c’è niente da fare”. Scuoteva la testa, era l’unica che ci aveva capito qualcosa. Parlai con la mamma di Maurizio. Le dissi di venire a Spezia perché Mau si era sentito male. Poi è come se mi fossi spento, non mi ricordo nemmeno come tornai a Pisa».
L’archiviazione
Dolore e rabbia si mescolarono per questa perdita, che poteva e doveva essere evitata. La famiglia e gli ultrà della Curva Nord intrapresero un cammino legale affinché fosse accertata la superficialità dei soccorsi, sulla quale concordavano numerose testimonianze. Niente da fare. Per i tribunali non c’erano prove sufficienti per confermare che Maurizio aveva ricevuto un trattamento sanitario da cittadino di serie B. Il giudice per le indagini preliminari di Spezia richiese l’archiviazione, contro la quale la famiglia Alberti fece ricorso, non riuscendo però ad evitare l’archiviazione definitiva. Ma la battaglia almeno un risultato lo ha ottenuto, perché è nata la consapevolezza che gli stadi italiani avevano bisogno di punti di primo soccorso in caso di emergenza. Ora i livelli di sicurezza sono più alti di 25 anni fa: la sorte crudele toccata a Maurizio ha sensibilizzato le coscienze. Nulla restituirà il nostro ragazzo all’affetto dei suoi cari, però la sua fine non è stata vana. Ha salvato e salverà delle vite. Nella lotta per la verità la famiglia di Mau è stata in tutto e per tutto appoggiata dai ragazzi della Nord. Si è creato un rapporto stretto. Spesso i compagni di Maurizio passano a trovare i suoi genitori, cercano con una parola, con un gesto affettuoso, di lenire almeno una briciola del loro immenso dolore.
Il torneo e il Parco
Il ragazzo che portava la pace non poteva essere dimenticato. I suoi amici, per onorarne la memoria, hanno promosso iniziative grandiose. Intanto, fin dall’estate del 1999, hanno organizzato il torneo di calcio “Mau Ovunque” con la partecipazione di squadre formate dai gruppi della Nord, dalle tifoserie amiche e dalle vecchie glorie nerazzurre. C’è agonismo, ma mai una scazzottata o una litigata: domina il rispetto, come avrebbe voluto Maurizio. Il torneo richiama un buon pubblico, e gli incassi servono a mettere in pratica i progetti ideati nel nome del nostro ragazzo. Di soldi ce ne vogliono tanti, e i ragazzi della curva nerazzurra li raccolgono con le donazioni, le cene di autofinanziamento e le collette allo stadio. Così cinque anni fa è stato inaugurato uno dei gioielli degli ultrà: si chiama “Il Parco di Mau, il Parco di tutti”, si trova alle Piagge e ogni giorno fa giocare decine di bambini. In tutto sono stati raccolti quasi 58 mila euro.
I progetti nel mondo
Un attivismo commovente, senza risparmiare energie. Così gli ultrà del Pisa hanno compiuto l’impresa di esportare solidarietà nei Paesi più poveri. Hanno finanziato progetti in America centrale, in Africa, in Asia. Non è facile trovare le risorse, prendere contatti per scegliere le opere meritevoli, gestire le numerose richieste. Eppure ce l’hanno fatta. Bravissimi.
In Chiapas, uno Stato messicano ai confini con il Guatemala, i ragazzi hanno realizzato un erbolario, struttura importante per la gente del posto, che si cura soprattutto con le erbe medicinali. L’idea nacque una ventina di anni fa. In Chiapas erano già presenti i tifosi del Venezia, che contribuivano alla realizzazione di uno stadio da cinquemila spettatori. I pisani si unirono inviando uno dei Rangers di lungo corso, Massimiliano Grava, che parlava bene lo spagnolo.
Il Chiapas non è una regione qualsiasi. È la culla dei rivoluzionari dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale, fedeli agli ideali anarco-socialisti di Emiliano Zapata, uno dei leader della rivoluzione messicana di inizio Novecento. Massimiliano è andato tre volte in Chiapas nei primi anni Duemila. Un viaggio massacrante. Un’esperienza unica per capire cosa significa la solidarietà vera. Con le risorse degli ultrà del Pisa la comunità zapatista “Realidad” ha costruito un erbolario, che raccoglie le piante medicinali, ne spiega le capacità curative, i modi per usarle a seconda delle patologie. Una targa ricordava che tutto questo veniva fatto per commemorare Maurizio Alberti, un giovane italiano, tifoso di una squadra di calcio chiamata Pisa, che amava la pace e che sarebbe stato fiero di aiutare il prossimo.
La scuola in Uganda
In Uganda l’impegno della Curva Nord ha permesso a numerosi bambini e adolescenti di completare il ciclo di studi. Molti ultrà nerazzurri (e non solo loro) hanno preso in carico uno o più bambini del Paese africano pagando per la loro istruzione. Una specie di adozione a distanza, che ha dotato gli scolari di tutto il necessario per formarsi e, attraverso la preparazione culturale, affrontare al meglio le sfide della vita che, in Uganda, possono essere difficili da superare per chi nasce povero.
Un altro mondo è possibile
Maurizio aveva tanti amici, gli piaceva stare con loro. Uno di essi, che mi ha dato un prezioso aiuto e un sincero sostegno, ha detto una cosa che mi ha colpito e con cui voglio concludere: «Sai, spesso si guardava la televisione insieme. A volte facevano vedere i funerali di persone famose, con tanta gente che partecipava. Maurizio allora diceva: “Eh, quando moriremo noi non ci sarà nessuno, non ci ricorderà nessuno…”. Queste frasi mi sono rimaste in mente. Vorrei dire a Mau che si sbagliava, che abbiamo trasformato il dolore per la sua morte in qualcosa che non si dimentica, e abbiamo dimostrato che un altro mondo è possibile».
Per questo vale la pena di raccontare la storia di Maurizio Alberti.
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