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Omicidio Capovani, la donna che vide uccidere la psichiatra: «Botte e urla, Seung era sopra di lei: a terra tanto sangue»
In aula le prime testimonianze, il racconto dell’addetta alle pulizie del Santa Chiara
Pisa Un uomo vestito di nero, nervoso, agitato, con un cappuccio in testa che gli copriva parte del volto. Il 35enne di Torre del Lago, Gianluca Paul Seung, ritenuto responsabile dell’omicidio di Barbara Capovani, viene descritto così da un’addetta alle pulizie dell’ospedale Santa Chiara di Pisa, poco prima che si avventasse sulla dottoressa, responsabile Asl dell’unità di Salute mentale del complesso ospedaliero, il 21 aprile scorso, uccidendola con una sorta di bastone corto mai ritrovato. «L’ho visto correre verso il padiglione di psichiatria, poi ho sentito colpi e urla. Avevo la visuale ostruita da un albero, ma quando mi sono sporta lui era sopra di lei e a terra c’era tanto sangue», ha raccontato la donna ieri in Tribunale nell’udienza in cui di fronte alla giuria e alla corte d’assise presieduta dal giudice Giovanni Zucconi, sono sfilati una parte dei testimoni del pubblico ministero Giovanni Porpora.
Riconoscimenti
Il racconto dell’addetta alle pulizie è centrale nel ricostruire quanto accaduto quel maledetto pomeriggio. Così come lo sono altre due testimonianze, quelle di un’operatrice socio sanitaria di psichiatria, Larissa Andreis, e un’addetta alle pulizie dell’Orto botanico, Chiara Albanese.
La prima ha risposto al videocitofono il giorno prima del delitto parlando con un «giovane con il volto pulito e un cappello con visiera che chiedeva della dottoressa Capovani». Solo che la responsabile del reparto non c’era e la Oss ha chiesto il nome all’interlocutore e se avesse un appuntamento, ottenendo invece una maggiore insistenza nel voler parlare col medico.
«Diceva che quando si sentiva male passava dall’ospedale e la dottoressa Capovani si occupava di lui. Poi, però, è sparito», ha detto nella deposizione Andreis che, al momento dell’incontro con la polizia, poco dopo l’accaduto, ha visionato quattro foto di persone simili all’uomo al videocitofono confermando che uno di quelli ritratti nelle immagini aveva una «certa somiglianza con colui che chiedeva l’incontro con Capovani». Sarebbe stato Seung, riconosciuto anche da Albanese che, il giorno precedente all’omicidio, l’ha visto all’Orto botanico alle 20. «Era l’orario di chiusura e lui voleva entrare lo stesso», ha spiegato l’addetta alle pulizie che ha poi precisato di aver ricollegato gli eventi vendendo la foto di Seung in tv come sospettato del delitto.
Le urla e la ferita
Racconti di un dramma che ha sconvolto tante persone, soprattutto chi quel giorno era presente nel reparto. Come Riccardo Bramanti, infermiere che ha spiegato di aver visto distrattamente l’uomo vestito di nero con in mano una borsa o un sacchetto. «A un certo punto ho sentito urlare il nome di Barbara e sono uscito – ha detto Bramanti –. Ho visto la dottoressa Capovani stesa sul fianco, vicino alla bicicletta che usava sempre per spostarsi, con sangue sui capelli. Un mio collega ha provato a tamponare la ferita con una garza».
Momento clou
Ma per il medico non c’era più niente da fare. Era morta dopo vari colpi ricevuti in un venerdì pomeriggio in cui stava uscendo per andare dalla sua famiglia che l’aspettava a casa dopo aver salutato i colleghi. Sembrava tutto normale, tutto frenetico come sempre nella vita di Barbara Capovani. Ma quello era il momento, secondo la ricostruzione dell’accusa, in cui il 35enne che l’aveva incrociata nel 2019, durante un turbolento ricovero a Pisa per una valutazione psichiatrica, avrebbe deciso di toglierle la vita ritenendola la responsabile di tutti i suoi mali oscuri.
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