Gioco
Pisa, addio al suonatore Nicola Corti tra canzoni, lacrime e anarchia
Gli amici e le amiche si sono ritrovati in piazza dei Cavalieri, tra le strade e le piazze che l’uomo scomparso pochi giorni fa ha percorso per tanti anni. E hanno cantato per lui e di lui
PISA. Nella città dove l’ossessione per il cosiddetto “decoro” è andata crescendo fino ad arrivare a multare chi semplicemente siede sui gradini, viene da credere che Nicola Corti sarebbe stato felice a sentire quel gruppo di amici radunati a cantar canzoni e libertà in piazza dei Cavalieri. Nicola non c’era purtroppo, perché questo piccolo raduno è per lui che se n’è andato pochi giorni fa. Il saluto a un artista di strada da parte di chi gli ha voluto bene, della comunità di amici, fratelli e sorelle di percorso, che aveva scelto e lo avevano scelto in questi anni.
Peccato, diciamo a chi Nicola non l’ha mai sentito cantare e non potrà più. Peccato non abbiate potuto ascoltare la voce calda e piena di Nicola mentre passavate per strada. Le strofe scandite e il birignao tipico di chi ha scelto di intonare tra le strade le ballate anarchiche del ‘900, gli ultimi e i dimenticati di De Andrè e le canzoni dell’epica partigiana sui monti. I modi gentili e l’appassionata proposta del repertorio spingevano chi gli passava di fianco, magari distratto dagli affanni che pesano per tutti, a fermarsi per un attimo. Per distrarsi prima e magari per riflettere poi. Perché le proposte musicali, i testi che Nicola Corti aveva scelto di portare in giro non erano frutto del caso o una semplice proposta estetica. Le idee erano quelle a cui è rimasto fedele tutta la vita: l’uguaglianza, la libertà, la giustizia sociale. L’anarchia.
Non era nato a Pisa, ma le strade della città le conosceva molto meglio di tanti autoctoni. Pisa l’aveva scelta, scegliendo gli angoli da presidiare con la sua chitarra, muovendosi con Botolo, il cane che amò tantissimo, per i vicoli che spesso tanti dimenticano. E parlando con chiunque avesse voglia di fermarsi, a raccontare e raccontarsi. Diventando un punto di riferimento per chi la città la vive dal basso.
La sua figura massiccia, la camminata un po’ goffa di chi non ha fretta né burbanza, il timbro un po’ alla Augusto Daolio dei Nomadi. Dopo la sua morte è quasi sorprendente constatare in quanti lo ricordassero bene, per questa o quell’altra ragione. Ma in verità non ci sarebbe troppo da stupirsi, per la capacità che ha la gentilezza di rimanere impressa anche nelle occhi più distratti.
Sarebbe piaciuto all’artista di strada, si diceva all’inizio, questo raduno di chitarre da accordare e orecchie in cerchio ad ascoltare. L’idea di vedersi per ricordare cantando, per stare insieme, è nata spontanea in chi ha percorso con Nicola tratti più o meno lunghi del suo percorso. Occhi lucidi, sorrisi attraversati dalla malinconia, qualche lettera di ricordo portata con sé, per dire due parole. E alla fine magari rimasta in tasca, perché non tutte le parole devono essere per forza condivise.
Con lo sfondo di una fila di candele bianche, uno degli ultimi a prendere parola è un amico che con Nicola ha cantato e scritto canzoni. Ritto in piedi sullo scalino più alto del sagrato della chiesa di Santo Stefano dei Cavalieri, con alle spalle una fila di candele bianche, fa vibrare le sei corde e canta “Il viandante”, una canzone scritta insieme a Nicola.
Pisa, la sua gente, lo hanno salutato così. In piazza, dove aveva scelto di andare, cantare e vivere. Sarebbe bello che la città lo ricordasse con questa dolcezza e rimpianto, e non per le indagini sulla presunta violenza che avrebbe subito prima di morire. A quello penserà chi indaga. Non è quella la memoria di Nicola Corti. “Lui che offrì la faccia al vento, la gola al vino e mai un pensiero non al denaro, non all'amore né al cielo”. Nell’auspicio che i versi dell’amato De André lo portino a risposare sulla Collina dove dorme Jones. Un suonatore, come lui.
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