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Pisa, l’ufficio esportazione della soprintendenza bloccato nel 2019 per l'inchiesta sulle opere svalutate
Erano «emersi elementi che, allo stato, avevano consentito di affermare che per le opere sottoposte all’esame dell’ufficio, fosse stato rilasciato un attestato di libera circolazione falso realizzato anche omettendo la diretta visione dell’opera e la prevista comunicazione agli uffici del ministero»
PISA. È un’inchiesta che parte da lontano e che ha già prodotto un primo risultato quella della Procura di Pisa. La chiusura dell’ufficio esportazioni all’interno della Soprintendenza. Una decisione presa nel 2019 dopo l’apertura delle indagini da parte della magistratura pisana, la cui attività nel tempo è andata a intersecarsi con quella di Genova per una questione sulla proprietà di alcuni quadri di Rubens esposti in una mostra a Palazzo Ducale.
L’attività di quell’ufficio è ora al centro di un procedimento penale con 26 imputati, parte dei quali hanno lavorato o sono tuttora in forza alla Soprintendenza di Pisa. Le indagini dei carabinieri del nucleo tutela del patrimonio culturale hanno messo in luce una pratica poco conosciuta al grande pubblico. Quello che riguarda gli uffici esportazione che dipendono dal ministero della Cultura. Sono beni culturali le cose immobili e mobili che presentano interesse artistico, storico, archeologico, etnoantropologico, archivistico e bibliografico. Se un cittadino italiano vuole trasferire all’estero un’opera d’arte di sua proprietà e di autore non più vivente, la cui esecuzione risalga a oltre 70 anni, dal valore superiore a 13.500 euro, deve presentare ad un ufficio esportazione oggetti d’arte e di antiquariato la richiesta di rilascio di attestato di libera circolazione. Con questo attestato il ministero dichiara che quel bene può lasciare il territorio ma può altresì negare il permesso e se l’opera risulta di particolare valore e interesse può acquistarlo esercitando il diritto di prelazione. Una volta richiesto il permesso all’ufficio, i suoi dipendenti dovrebbero eseguire approfonditi controlli nelle banche dati relative e in primo luogo in quelle dei beni scomparsi, oltre a valutarli dal punto di vista storico artistico e a effettuarne la stima. Tutti passaggi che richiedono una importante e amplissima competenza tra archeologia e storia dell’arte. Una volta concluso l’accertamento la pratica viene comunicata al ministero che valuta se procedere all’acquisto, incrementando così il patrimonio culturale del Paese, o lasciare che l’opera faccia il suo corso nel mondo delle aste private.
Dell’inchiesta si era occupata anche la Cassazione confermando un sequestro chiesto dalla Procura che all’epoca - 2018 - era in piena indagine sull’ufficio esportazione della Soprintendenza di Pisa e i rapporti fra i funzionari e alcuni privati.
Erano «emersi elementi che, allo stato, avevano consentito di affermare che per le opere sottoposte all’esame dell’ufficio, fosse stato rilasciato un attestato di libera circolazione (necessario per la vendita delle medesime all’estero) ideologicamente falso in quanto non rispettoso dei requisiti di legge che consente di vietare l’esportazione delle opere d’arte eventualmente raccomandandone l’acquisto al ministero competente), falso realizzato anche omettendo la diretta visione dell’opera e la prevista comunicazione agli uffici del ministero». Ora la chiusura dell’inchiesta e le richieste di rinvio a giudizio.
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