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Pisa

L'inchiesta

Pisa, impiegato pubblico ostaggio dei narcos: «Sei morto, non hai scampo»

di Pietro Barghigiani
Pisa, impiegato pubblico ostaggio dei narcos: «Sei morto, non hai scampo»

Sospettato di aver fatto il doppio gioco in un carico di droga da 100 chili perso durante un viaggio dall'Ecuador a Genova

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PISA. Ostaggio di tre albanesi nel viaggio in auto dal comprensorio del Cuoio fino a Genova. E poi “consegnato” a due dominicani. Per tutto il tempo l’uomo, un dipendente pubblico di mezza età, è stato minacciato da chi voleva sapere l’identità reale di quello che avrebbe dovuto essere il funzionario infedele dell’autorità portuale pronto a mettere in sicurezza il carico di 100 kg di cocaina proveniente dall’Ecuador e sparito lungo la traversata. Ore di terrore per l’impiegato, che lavora a Pisa, la cui salvezza si è materializzata quando una volante della polizia ha fermato l’auto – monitorata da tempo con un gps – dopo che gli investigatori avevano intercettato le pessime intenzioni della banda nei confronti dell’italiano. È sceso dalla Ford Focus chiedendo aiuto e con la denuncia, poi formalizzata in questura, ha raccontato quello che gli era capitato.

«Questi due mi hanno costretto a salire in macchina con loro e mi hanno sequestrato. Volevano uccidermi» ha confidato agli agenti nel dicembre scorso.

È una delle novità emerse nell’operazione della Guardia di finanza e della Dda del capoluogo ligure che ha portato a nove misure cautelari, di cui otto eseguite (anche due albanesi residenti a Pisa, ndr) , per associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti per l’importazione di 100 chili di cocaina dall’Ecuador, sequestro di persona e detenzione di droga.

Si è ritrovato nel ruolo di ostaggio, ma le frequentazioni dell’impiegato pubblico non sono cristalline. Conosciuto per essere una figura non marginale negli ambienti dello spaccio, l’uomo era stato avvicinato da alcuni albanesi che gli avevano chiesto se poteva trovare un aggancio al porto di Genova per far passare carichi da quintali di droga. Lui aveva indicato un tale “Gian”, nome di fantasia, ma che in realtà era un ufficiale della Guardia di finanza. Il 20 novembre 2022 il container, con la dicitura esterna “fave di cacao”, era partito dal porto di Guayaquil (Ecuador) diretto a Genova. L’imprevisto, su cui gli inquirenti non hanno dato risposta, era accaduto durante il viaggio quando qualcuno aveva rubato i 100 kg di cocaina. Non trovandoli al momento dello sbarco, “Gian” aveva avvertito la banda. La reazione immediata era sta quella di sospettare il dipendente, soprannominato il “professore”, di fare il doppio gioco con la persona indicata come di fiducia all’interno del porto. Prelevato nella zona del Cuoio e obbligato a salire in auto per andare a Genova a cercare “Gian”, i sequestratori, scrive il gip nell’ordinanza di misura cautelare «l’avevano costretto a spegnere il telefono cellulare, impedendogli di effettuare chiamate; lo avevano obbligato ad inviare messaggi vocali al presunto responsabile della sottrazione dei 100 chili di cocaina (l’agente infiltrato) , sottoponendolo ad un vero e proprio interrogatorio e minacciandolo di torture e ritorsioni ai danni dei familiari».

«Noi ti lasciamo con loro (dominicani, ndr) , ti levano le unghie ti tirano fuori gli occhi e ti massacrano – sono alcune delle frasi intercettate – . Tu sei morto, te lo dico ora, ti giuro che se questo materiale non si recupera sei morto. Non hai scampo». Su nove misure cautelari firmate, otto sono state eseguite. Un dominicano è latitante a Santo Domingo.

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