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Pisa, raccolta firme per riaprire il chiosco delle merende accanto alla basilica: «L’ho promesso a mio nonno»

di Francesco Paletti

	Il figlio dello storico titolare del chiosco che vuole continuare la tradizione 
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Il figlio dello storico titolare del chiosco che vuole continuare la tradizione 

In poche ore in cinquanta si sono presentati all’appuntamento a San Piero

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PISA. In meno di due ore martedì 11 aprile ne hanno raccolte più di cinquanta. Ma si proseguirà anche nel pomeriggio di mercoledì 12 e altre iniziative saranno promosse nei prossimi giorni. C’è un pezzo di città che si mobilita per salvare e riaprire la “Chalet da Banda”, la storica baracchina accanto alla Basilica di San Piero a Grado, luogo di ritrovo e merende, in cui si sono sfamati e hanno sorriso generazioni di pisani. È chiusa dal dicembre 2021, da quando l’Università di Pisa, proprietaria dei terreni e della struttura, non ha rinnovato l’autorizzazione annuale alla famiglia Farnesi, che lo aveva creato e lo gestiva dal 1953. Appeso c’è sempre il menù: prosciutto e melone, acciughe marinate e alla povera, polpo e patate, zuppa e l’insalata di Banda, quella con tonno, fagioli, pomodori e cipolla. La saracinesca del bancone, però, è abbassata, la saletta sul retro è diventata un piccolo magazzino per tavoli e sedie. Nulla che ricordi il consueto vociare, quel chiamarsi per nome o soprannome, le battute da un tavolo all’altro. Se non i ricordi dei tanti pisani che arrivano alla spicciolata: il tam-tam sui social network ha funzionato. Si fermano e si mettono in fila, come a un seggio elettorale, quasi come se dare il proprio contributo per salvare “Banda” fosse un dovere civico. Probabilmente, per molti di loro, lo è davvero.

Seduto a raccogliere le firme c’è Gabriele Amore, il consigliere comunale M5S. Che mette subito le mani avanti: «Non lo scriva nemmeno del mio partito, per favore, sono qui perché sono nato e cresciuto a San Piero a Grado e questa baracchina è legata alla mia infanzia e adolescenza: serviva un avvocato per validare la petizione e mi sono messo a disposizione, ma questa è, e deve rimanere, una battaglia di tutti». Le firme, che saranno raccolte anche mercoledì 12 aprile dalle 16 alle 19 sempre lì alla baracchina, saranno inviate all’ateneo, in quanto diretto interessato, ma anche al Comune, «perché sostenga la riapertura». Accanto a lui Gianmarco Farnesi, 23 anni, nipote di “Banda” che su Facebook ha scritto: «Sono nato in quest’attività, è come se fosse casa mia». Poi la promessa al nonno: «Per me questa è una battaglia e manterrò la promessa che ti ho fatto».

Non sono solo sampieresi quelli che si fermano a firmare. Anche se, per loro, più di tutti, quella baracchina è un’istituzione. È ai sampieresi che si deve la battuta, nata probabilmente in una di quelle serate che spesso sconfinavano nella notte, secondo cui «in origine fu Banda, poi ci hanno messo accanto la basilica per completare l’opera». Esagerazioni, ovviamente. Che, però restituiscono il senso di un legame. La baracchina è lì dal 1953, «quando la mia bisnonna, nell’immediato dopoguerra, aprì un piccolo chiosco per vendere seme e lupini». Diventa un’istituzione poco dopo, con il figlio di Brunetta, di cui in molti ricordano il nome, tutti il soprannome e quasi nessuno il cognome: Giuseppe Farnesi detto “Banda”. «Cominciarono a chiamarlo così in modo del tutto casuale, mi pare perché ai tempi aveva una amico dentista che di cognome faceva Bandecchi o qualcosa del genere» sorride il nipote. Dopo ci sono stati il figlio Massimiliano e ora potrebbe esserci il Gianmarco.

L’insegna “Banda” è ancora lì, manca tutto il resto. I pisani si stanno mobilitando per riportacelo.

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