Italia
Dipendenze, bande, bullismo, allarme a Pisa e provincia: «I primi segnali già dai 12 anni»
Paola Viegi, presidente del Centro San Marco di Pisa: «La causa principale è l’assenza delle famiglie»
PISA. «Cominciano intorno ai 12 anni a unirsi alle cosiddette baby gang. Un fenomeno che anche a Pisa, subito dopo la pandemia, si sta affacciando soprattutto nei quartieri periferici. Spesso e volentieri dietro a questi ragazzini, alcuni anche ai margini di tossicodipendenze varie, ci sono famiglie inesistenti ed è per questo che occorre muoversi tutti insieme, fare rete, per recuperare questi giovanissimi». A parlare è Paola Viegi, presidente del Centro San Marco di Pisa. Una vita, la sua, dedicata al mondo del volontariato e ad aiutare gli altri, e tra loro anche tanti ragazzi.
Il Centro San Marco, in via Cattaneo, è un punto di riferimento per tutto il quartiere, portato avanti da un gruppo di volontari in grado di ascoltare e accogliere i bisogni delle famiglie, degli adolescenti, dei singoli adulti e delle giovani coppie. Ed è da questo ascolto sul territorio, con occhi e orecchie ben aperte, che sono emersi anche episodi di bullismo, soprattutto tra i più piccoli, commessi da bande di adolescenti. «Sono stati gli stessi genitori delle vittime, preoccupati – racconta Paola Viegi – a rivolgersi al nostro centro ascolto in cerca di aiuto ed è emersa così tutta la drammaticità di una realtà, questa volta toccata con mano da noi operatori, ma già ben conosciuta».
Il Centro San Marco ha aderito da tempo a un progetto in collaborazione con la polizia municipale per parlare nelle scuole e sollecitare nei più piccoli la responsabilità e corresponsabilità nei confronti dei propri simili. «Le bande qui da noi – dice Viegi – hanno iniziato a esistere dieci anni fa. All’epoca erano collegate soprattutto allo spaccio, poi pian piano, con interventi mirati da parte delle forze dell’ordine il fenomeno è tornato sotto controllo, ma il sommerso, secondo le nostre testimonianze, ha continuato a operare. E soprattutto i fenomeni legati al bullismo e cyberbullismo sono esplosi subito dopo il lockdown, come se i ragazzi non aspettassero altro che avere la strada libera».
Ma chi sono i componenti delle baby gang pisane? «Secondo le nostre testimonianze sono ragazzi giovanissimi che non hanno alle spalle una famiglia. Si comincia ad aggregarsi intorno ai 12 anni, ma il passaggio vero e proprio avviene tra la scuola media e le superiori. Non avendo genitori dietro in grado di seguirli, i ragazzi, ma anche le ragazze, finiscono per essere “raccattati” da queste bande che diventano di fatto la loro famiglia, il loro punto di riferimento, commettendo soprusi e piccoli reati, per colpa anche di alcol e droghe».
Cosa occorre fare, allora, per arginare il fenomeno? «Fare rete e progetti mirati. Come Centro San Marco ci occupiamo da diversi anni del tema del bullismo, quindi, conseguentemente, cerchiamo di andare a incidere sul fenomeno delle baby gang fuori dalle scuole. Tutto questo grazie a una nostra iniziativa che ci permette di lavorare in maniera più capillare sul disagio e la povertà educativa e vuole essere di supporto ai ragazzi-vittime con attività laboratoriali mirate. Un’altra azione ci vede coinvolti insieme alla polizia municipale con un percorso di incontri tenuti dagli agenti stessi, nelle classi, dove viene sollecitata la responsabilità e corresponsabilità che devono avere tutti quanti gli studenti nel salvaguardarsi tra loro e proteggere chi, all’interno della comunità scolastica, può essere oggetto di discriminazione di qualsiasi tipo. Ma non solo, tentiamo di educare i più piccoli alla salvaguardia dei luoghi della città che frequentano di più e dove spesso avvengono gli episodi di bullismo». È preoccupata che questo fenomeno possa espandersi ancora di più? «Sì, non lo nego. Mi rendo conto che la società è cambiata e anche la nostra città sta cambiando volto. Pisa non è più a misura di bambino come una volta e questo deve farci interrogare tutti».
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