Il Tirreno

Pisa

La testimonianza

Caso Scieri, la mamma del parà ucciso: «Mai pensato che si fosse suicidato»

di Pietro Barghigiani
Caso Scieri, la mamma del parà ucciso: «Mai pensato che si fosse suicidato»

I racconti di mamma e fratello del parà morto. «Il magistrato di allora freddo e distaccato»

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PISA. Il ricordo bagnato dalle lacrime. Quelle di una mamma che da oltre 23 anni cerca di capire perché suo figlio è morto.

«Il dolore non passa. Per me è come fosse successo ieri. Non si può dimenticare» scandisce con voce pacata Isabella Guarino in Corte d’Assise.

È la mamma di Emanuele Scieri, il parà della Folgore trovato senza vita alla caserma Gamerra per la cui morte sono a giudizio due ex caporali. Era il 16 agosto 1999.

La signora, insegnante in pensione, pur con seri acciacchi di salute, ha voluto rendere la sua testimonianza di madre tra sospiri e pause di commozione. È la prima occasione nel primo processo che punta a dare una verità giudiziaria alle ultime ore di vita della recluta siciliana.

Chi era Lele

Un racconto il suo, seguito da quello dell’altro figlio, Francesco, medico, che ha segnato l’udienza di ieri.

Non sull’episodio in sé, avvenuto la sera del 13 agosto in un arco temporale successivo alle 22. 15 circa.

Ma sul ricordo di Emanuele e della sua voglia di vivere, fresco di laurea in giurisprudenza e determinato a diventare avvocato nella sua Siracusa.

Un 26enne che non aveva istinti suicidi, né depressioni da combattere. E poi la freddezza delle istituzioni quando i genitori e il fratello arrivarono a Pisa dopo la scoperta del corpo nel primo pomeriggio del 16 agosto.

Militari muti

«Nessuno dava risposte alle nostre domande su come fosse morto Lele. Avevamo un vero sconforto per questi incontri senza risposte» ha ricordato la mamma.

Più diretto il figlio Francesco: «I militari erano muti. Entrai in Procura e incontrai il sostituto procuratore Giambartolomei. In modo freddo, distaccato, quasi svogliato, mi disse: “Suo fratello si è suicidato”. Rimasi pochi minuti. Il magistrato non era neanche andato in caserma per un sopralluogo. Avevano trovato degli antidepressivi nell’armadietto di Lele, ma lui non ne faceva uso. La prima sensazione di noi familiari non fu certo quella del suicidio».

«Mio figlio sereno»

Nel rievocare i giorni del Car a Scandicci, Isabella Guarino ha ricordato che ogni sera il figlio chiamava a casa. Era sereno, non si era pentito di aver fatto la leva nei parà.

«Lo considerava un dovere» ha chiosato la madre apprensiva per quel figlio lontano da casa: «Gli chiesi del nonnismo e lui mi rispose che erano sciocchezze». La professoressa ha riferito anche dell’ultima telefonata, l’ultima volta che ha sentito la voce di suo figlio.

Le ultime parole

«Erano le 20. 30-20. 45 del 13 agosto, eravamo nella casa a Lido di Noto – ha ricordato – . Lui mi fa: “Mamma, indovina dove sono... Sotto la Torre di Pisa”. Il tono era vivace, come sempre». Poche ore dopo era sdraiato, senza vita, sotto la scala di asciugatura dei paracadute.

La sera del 14 il telefono restò muto. La mamma lo chiamava al cellulare, ma era staccato.

«Nessuno dalla caserma fino al 16 ci telefonò a casa per dirci che Emanuele non risultava presente – ha aggiunto la madre – . Quando andammo a Pisa incontrammo il comandante Corradi e poi gli ufficiali Celentano e Cirneco. A loro due dissi che volevo sapere cosa era successo a mio figlio. Rimasero in silenzio».

L’impegno degli amici

Il viaggio doloroso a ritroso nel tempo incrina la voce della mamma che interrompe in lacrime la testimonianza.

Sul punto del suicidio, la donna è netta: «Mai presa in considerazione un’ipotesi del genere e neanche quella della prova di forza sulla scaletta».

Gli amici di Lele organizzarono fiaccolate, mobilitazioni e la morte di Scieri divenne un caso seguito dalla stampa nazionale.

Una spinta decisiva con un’opinione pubblica più consapevole per quella che sarà poi l’istituzione della commissione parlamentare d’inchiesta presieduta dall’onorevole Sofia Amoddio, anche lei sentita in aula, che poi ha consentito alla Procura di Pisa di riaprire l’inchiesta.

Il quarto teste è stato Carlo Garozzo, presidente dell’associazione Giustizia per Lele.

«Perdita immensa»

Francesco Scieri: «Al di là della disperazione per la morte di un fratello, la sua immensa perdita significa essersi privati di quelle gioie che sono la famiglia, la vita, i figli. È stato come sprofondare in un buco nero».


 

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