Italia
Truffata dai pirati informatici per quasi 3mila euro: è colpa della banca
Un lodo dell’arbitro bancario finanziario restituisce la speranza a molti pisani che si erano visti rubare i soldi dal conto tramite un sms
PISA. Si risolve positivamente un altro caso di truffa bancaria online, e la notizia è positiva per molti pisani che ne sono stati vittime. Parliamo di una frode commessa grazie alla tecnica ribattezzata “sms spoofing”: l’Abf (Arbitro bancario finanziario) , Collegio di Bologna, ha condannato l’emittente di una carta di credito al rimborso di 2.752 euro in favore una malcapitata utente che si era vista sottrarre, in pochi minuti, tutti i risparmi presenti sul proprio conto, in seguito utilizzati dai malviventi per operazioni di pagamento estero.
La pronuncia è arrivata a favore di una donna di Grosseto, «Ma questa frode – spiega l’avvocato Francesca Galloni, vice presidente della Confconsumatori – è importante anche per gli utenti che stiamo seguendo a Pisa e provincia, dove la truffa di recente ha fatto molte vittime». Anche per essi quindi si apre uno spiraglio importante, nella speranza di poter riavere indietro i soldi che sono stati rubati loro.
La vicenda
Spiega l’avvocato: «Nel febbraio scorso, avendo difficoltà a installare l’applicazione del proprio istituto bancario sul nuovo suo nuovo cellulare, la nostra associata ha chiamato la sua banca per ricevere assistenza. Non si è dunque allarmata quando, poco dopo, ha ricevuto un sms – apparentemente inviato dalla banca ma poi rivelatosi falso – che annunciava che la sua carta di pagamento risultava bloccata. Anziché essere contattata da un vero operatore bancario, la donna ha invece ricevuto una telefonata da un malvivente che le ha chiesto soltanto le ultime cifre della carta di credito e del bancomat, conoscendo già le cifre precedenti, e l’ha invitata a rispondere agli sms che avrebbe ricevuto a seguito della telefonata. Grazie a questo espediente, pochi minuti più tardi i truffatori sono riusciti a sottrarle 2.500 euro dalla carta di credito e 252 dal bancomat che, è stato appurato, sono stati utilizzati per l’acquisto di bitcoin. A quel punto la malcapitata, dopo pochi secondi, ha chiamato il vero call center della Banca per disconoscere le operazioni».
La decisione dell’Abf
L’arbitro bancario, con il lodo del 24 novembre scorso, ha rilevato che se anche l’operazione è stata eseguita apparentemente con le credenziali della cliente, la banca ha l’obbligo di fornire la prova della corretta autenticazione a due fattori (circostanza impossibile visto che l’applicazione della consumatrice era bloccata dal cambio di telefono). Non riuscendo a fornire questa prova, la banca è stata dunque condannata a rimborsare alla donna le somme sottratte. Si rileva infatti nel lodo che l’articolo 10, comma 1, del decreto legislativo 11/2010 statuisce: “Qualora l’utilizzatore di servizi di pagamento neghi di aver autorizzato un’operazione di pagamento già eseguita o sostenga che questa non sia stata correttamente eseguita, è onere del prestatore di servizi di pagamento provare che l’operazione di pagamento è stata autenticata, correttamente registrata e contabilizzata e che non ha subito le conseguenze del malfunzionamento delle procedure necessarie per la sua esecuzione o di altri inconvenienti”.
E con riguardo alla modalità di autenticazione delle operazioni, l’articolo 10-bis del medesimo decreto legislativo prevede che “Conformemente all’articolo 98 della direttiva (UE) 2015/2366 e alle relative norme tecniche di regolamentazione adottate dalla Commissione europea, i prestatori di servizi di pagamento applicano l’autenticazione forte del cliente quando l’utente: a) accede al suo conto di pagamento on-line; b) dispone un’operazione di pagamento elettronico; c) effettua qualsiasi azione, tramite un canale a distanza, che può comportare un rischio di frode nei pagamenti o altri abusi”. In sostanza, spetta alla banca l’onere di provare che le sue procedure di controllo sono sicure: se nella truffa non c’è stata una negligenza del cliente, quest’ultimo va risarcito.
Il caso fiorentino
Un caso abbastanza simile riguarda una famiglia fiorentina assistita dalla Confconsumatori che si era vista sottrarre circa 13 mila euro per un bonifico inviato all’estero.
Nonostante il puntuale reclamo del correntista, giunto addirittura prima dell’esecuzione del bonifico, la banca non aveva voluto sentire ragioni. La famiglia si era così rivolta alla sede della Confconsumatori e l’associazione, nonostante tutti i tentativi, non era però riuscita a convincere la banca pur spiegando che il correntista non aveva divulgato a nessuno i propri codici e accedeva all’home banking con un computer dotato di antivirus.
A distanza di quattro anni dai fatti, quella famiglia ha ottenuto giustizia.
Il Tribunale di Firenze ha condannato la banca alla restituzione della somma ponendo a carico dello stesso istituto bancario tutte le spese processuali, anche peritali.
Consigli utili
Se questa pronuncia dell’Abf e questa pronuncia del tribunale di Firenze sono favorevoli agli utenti, non dobbiamo mai dimenticare che sia l’Arbitro bancario e finanziario, sia i magistrati (se e quando poi la vertenza approda in tribunale) valutano l’eventuale sussistenza della “colpa grave” dello stesso utente. In parole povere, la banca deve dimostrare che il suo sistema era sicuro, ma noi siamo tenuti a comportarci in modo “non ingenuo”. È quindi utile cercare di non farci cogliere mai alla sprovvista quando chiunque ci chiede i nostri dati. Mai cliccare sul link, in caso di dubbio sulla genuinità del mittente, e contattare subito l’agenzia di riferimento bloccando il conto e la carta di credito. Attenzione anche qui: segniamoci sempre il numero della banca e quelli da usare per bloccare la carta o il bancomat, perché i truffatori hanno spesso l’accortezza di... indicarcene uno fasullo quando scatta la frode. È chiaro che prima si dà l’allarme, più facile sarà eventualmente provare la propria diligenza.
Cos’è il phishing
Confconsumatori Toscana segnala ancora una volta che quella delle truffe on line sui conti correnti è ormai un’emergenza, a livello nazionale e locale. Il phishing (variante dall’inglese fishing, pescare) consiste nel carpire le credenziali della vittima per rubare soldi dal suo conto. Nello specifico la truffa subìta da diversi cittadini è uno spoofing (falsificazione dell’identità): in un attacco di questo tipo, il truffatore invia messaggi di testo utilizzando apparentemente il numero di telefono di un’altra persona o di un ente come una banca.
L’sms immancabilmente contiene un collegamento a un sito di phishing o che fa scaricare di un malware. «In breve, – spiega il portale specializzato pandasecurity.com – lo spoofing è ciò che fa un cybercriminale quando finge di essere una fonte affidabile per ottenere accesso a informazioni importanti».
Quello che è molto preoccupante, perché rende più facile la truffa, è che qui siamo di fronte a persone capaci non solo di contraffare l’identità del chiamante, ma addirittura di entrare nel filo dei messaggi eventualmente già inviati al cliente dal mittente “vero”.
A maggior ragione, diffidate se avete aperto quel messaggio e come per incanto qualcuno vi telefona dicendo di far parte di quella banca.
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