Il Tirreno

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Leg(g)ende pisane

Pisa libera da Firenze: il 9 novembre del 1494 e quella richiesta accolta dai francesi

di Sergio Costanzo
Pisa libera da Firenze: il 9 novembre del 1494 e quella richiesta accolta dai francesi

La delegazione pisana uscì dal palazzo e dette inizio alla rivolta. I fiorentini in città furono malmenati, la sede della polizia fu assaltata e vennero liberati i prigionieri politici, tutti i simboli del potere fiorentino furono divelti e gettati in Arno, compresi gli odiati leoni, le cui copie realizzate nel XIX secolo, qualche sprovveduto ha fatto istallare agli angoli del Ponte Solferino

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PISA. Un lampo di luce nella storia pisana, che purtroppo ancora oggi stenta a penetrare nelle menti, nella scuola, nella formazione, nel calendario delle celebrazioni pisane, si ebbe il 9 novembre del 1494. Commemoriamo la Meloria, la Battaglia di Cascina, diamo risalto alle sconfitte, ma la storia delle glorie, ci è sconosciuta.

Il re di Francia, Carlo VIII d’Angiò, decise una volta salito al trono di scendere in Italia per reclamare i suoi possedimenti nei territori napoletani. Il suo arrivo fu anticipato da araldi, messi e richieste.

Chiese per esempio a Pietro de Medici, il permesso (domanda retorica e formale), di transitare per la Toscana, ma il fiorentino, dall’alto della sua spocchia inviò al re un diniego. Carlo non fece molte storie, penetrò in Toscana, conquistò le fortezze della Lunigiana e a Fivizzano permise una vera carneficina di truppe fiorentine.

Pietro de Medici, impaurito, terrorizzato, concesse allora il passo e regalò al francese alcuni suoi possessi, Sarzana, Sarzanello, Pisa e Livorno. Firenze insorse e cacciò Pietro de Medici cercando di trovare stabilità politica istituendo una Repubblica.

Re Carlo arrivò a Lucca il 7 novembre e fu a Pisa l’8. Nel Palazzo Mediceo, attuale sede della Prefettura, prese alloggio e ricevette una delegazione pisana. La domanda fu posta da Simon Francesco Orlandi che parlava francese. In sostanza Orlandi chiese al re, se avesse avuto in simpatia che Pisa fosse libera anziché serva di Firenze. Dati gli episodi recenti, assai adirato coi fiorentini, il re trovò giusta la richiesta dei pisani e volle Pisa libera.

La delegazione pisana uscì dal palazzo e dette inizio alla rivolta. I fiorentini in città furono malmenati, la sede della polizia fu assaltata e vennero liberati i prigionieri politici, tutti i simboli del potere fiorentino furono divelti e gettati in Arno, compresi gli odiati leoni, le cui copie realizzate nel XIX secolo, qualche sprovveduto ha fatto istallare agli angoli del Ponte Solferino.

Pisa fu libera da Firenze e Firenze fu libera dai Medici.

Iniziò un lungo periodo di guerra, di schermaglie, di assedi. Pisa riprese i commerci con i porti del Mediterraneo, dai pisani in esilio iniziarono ad arrivare aiuti alimentari e militari.

Se a Pisa si apriva il periodo della Seconda repubblica, a Firenze prendeva vita la Prima, guidata dal frate domenicano Girolamo Savonarola. Per quanto alcune idee di Savonarola fossero giuste, il suo fanatismo lo rese inviso ai fiorentini che, senza pensarci troppo e frustrati dall’aver perso Pisa, decisero di bruciarlo sul rogo. Firenze sperimentava il fallimento delle sue istituzioni e pativa giornalmente le sconfitte ad opera di Pisa.

Le fasi della guerra furono concitate, fatte di sortite, di lunghe notti di bombardamenti e alcuni episodi sono rimasti epici. Paolo Vitelli, a capo delle truppe di Firenze, aveva posto assedio dalla parte a mare. Dopo giorni di bombardamenti, Firenze si risolse di attaccare e le mura del Bastione Stampace furono in parte abbattute. I mercenari al servizio di Firenze si buttarono dentro le mura, trovando, con grande sorpresa, un’altra barriera invalicabile, le mura stesse.

Le truppe nemiche, prese dallo sconforto, si ritirarono, Paolo Vitelli fu tradotto a Firenze, accusato di tradimento per non aver saputo condurre a fine la battaglia, torturato e poi decapitato. Purtroppo, l’odiato nemico commissionò in seguito al Vasari un dipinto per celebrare la presa di Pisa (che non fu mai presa). E la menzogna fatta politica, fece dipingere al Vasari, un quadro che rappresentava La Caduta di Pisa, riferendosi all’episodio di Stampace. Si può ancora ammirare il dipinto nel salone dei 500 a Firenze. Bello per carità, ma reca un messaggio falso, bugiardo, costruito ad arte per esaltare la Mediocre Firenze. Ma per le bugie è sempre ora. Sapete che fine hanno fatto le monete coniate da Pisa in quel periodo? Erano esposte al Museo di san Matteo, ma sono state tolte alla vista e nascoste nei magazzini con la scusa ufficiale (almeno a me hanno detto questo quando le ho cercate), che tanto non interessano a nessuno. Oggi come ieri, un sovrintendente o un curatore non pisani debbono decidere cosa sia interessante e cosa no? Siamo ancora in loro mano.

Ora, pisani miei, cercate, studiate, e sappiate che più cose conoscerete, più vi indignerete.

Viva il 9 Novembre, festa della Seconda Repubblica di Pisa. Che se ne parli a scuola e nei bar, che tanto, nelle Università fanno finta di niente
 

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