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Pisa

Dal tribunale

Caso Scieri, il nonnismo in caserma: «Flessioni, calci, pugni e la pipì fatta bere a una recluta»

Libero Red Dolce
L’ingresso della caserma Gamerra dove fu ucciso Emanuele Scieri
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L’ingresso della caserma Gamerra dove fu ucciso Emanuele Scieri

In aula le parole di alcuni testimoni legati alla morte del militare nell’agosto del 1999, ancora avvolta da molti interrogativi. Ascoltati anche il vice brigadiere Carmelo Caricato e il generale Raffele Iudini, che si trovò insieme all’allora comandante della Folgore, generale Enrico Celentano, alla Gamerra quando fu scoperto il cadavere.

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PISA. Riprovare ad andare alla caserma Gamerra nei giorni dell’agosto 1999 quando fu trovato il corpo senza vita di Emanuele Scieri, il siracusano 26enne recluta della Folgore buttato giù dalla torre di asciugature dei paracadute. Per farlo, mercoledì 7 settembre in aula, sono stati ascoltati diversi testimoni tra i quali il vice brigadiere Carmelo Caricato e il generale Raffele Iudini, che si trovò insieme all’allora comandante della Folgore, generale Enrico Celentano, alla Gamerra quando fu scoperto il cadavere.

Il vicebrigadiere faceva parete del nucleo dei carabinieri che prestava servizio presso la caserma. «Funzionava più o meno come una stazione in un paese», spiega il testimone in aula. Occupandosi dunque di tutto quello che accadeva all’interno, i carabinieri erano ben informati – «sapevamo tutto», sintetizza Caricato – sulle vicende interne.

Non a caso l’avvocato Ivan Albo, che rappresenta la famiglia Scieri, insiste molto sulla consapevolezza del carabiniere riguardo agli episodi di nonnismo. E qui Caricato, che come paracadutista dei carabinieri passò diversi periodi di addestramento alla Folgore (non facendone parte, ndr), distingue. «Quando c’ero io non ho assistito direttamente né ho saputo che ce ne fossero stati». Diversamente da quanto invece gli capitò di sapere quando si occupava della sicurezza all’interno della caserma: «Ci arrivarono delle segnalazioni: pompate (serie di flessioni punitive accompagnate da schiaffi e calci, ndr), qualcuno che aveva provato a fare bere l’urina a una recluta. Le segnalazioni c’erano». Rispose di non sapere però che esito avessero avuto i provvedimenti avviati. «A quei tempi – ricorda l’avvocato Albo – gli atti persecutori potevano essere perseguiti solamente previa una denuncia del comandante della caserma».

Molti “non ricordo” invece rispetto alla denuncia – poi archiviata per mancanza di procedibilità – presentata da Alessandro Meucci. Caricato risponde di ricordare che fosse stata fatta ma di non saper e anche in questo caso come fosse andata a finire. Meucci è anche il supertestimone che ha affermato di aver visto gli ex caporali Antico, Zabara e Panella in caserma la notte del 13 agosto. Circostanza da questi sempre negata.

Sono a giudizio per omicidio volontario in concorso Luigi Zabara, 44 anni, di Castro dei Volsci (Frosinone) difeso dagli avvocati Andrea Di Giuliomaria e Mariateresa Schettini, e Alessandro Panella, 42 anni, di Cerveteri, avvocato Andrea Cariello.

Durante il rito abbreviato era stato assolto invece Andrea Antico di Rimin per non avere commesso il fatto. Insieme all’ex comandante della Folgore Enrico Celentano e all'ex aiutante maggiore Salvatore Romondia perché il fatto non sussiste.

Altri buchi nella memoria di Caricato si sono aperti quando l’avvocato Albo ha provato a stimolarlo sul ritrovamento di una tavoletta di legno spessa quattro centimetri, con due chiodi piantati dentro, a pochi passi dalla zona dell’omicidio.

Caricato a più riprese ha spiegato di ricordare il ritrovamento ma di non essere in grado di collocarla in un punto preciso dello spazio. Né di richiamare alla memoria la foggia dell’oggetto. «Non pensò che potesse essere lo strumento con cui furono inferte delle ferite a Scieri?», si accerta la presidente della Corte d’Assise, Beatrice Dani. «Se avessi trovato una macchia di sangue l’avrei mandata ad analizzare», risponde Caricato.

La cinepresa delle testimonianze si sposta poi sul tratto in macchina percorso insieme dai generali Celentano e Iudini, con quest’ultimo che racconta come fosse intervenuto un cambio dei piani di giornata –erano diretti a Fivizzano per altre faccende – proprio perché Celentano gli spiegò del ritrovamento del cadavere alla caserma. «Arrrivammo con l’auto a pochi metri dalla torretta anche se nessuno aveva fatto menzione del luogo del ritrovamento del cadavere. È possibile però che ci abbiano fatto dei segni mentre ci muovevamo, non saprei». Il generale si dice «retrospettivamente stupito» dalla circostanza che non ci fosse nessun ufficiale ad attendere Celentano.


 

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