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cronaca

Cnr, peculato e corruzione: cambiano i reati per i sette indagati

L’accusa: saccheggiate le casse del Consiglio nazionale delle ricerche


23 giugno 2022 Pietro Barghigiani


PISA. Una seconda richiesta di rinvio a giudizio con nuove e più gravi contestazioni.

La Procura chiede il processo per sette tra dipendenti del Cnr e professionisti accusati di aver architettato un drenaggio di fondi per progetti sì realizzati, ma privi della committenza che avrebbe dovuto finanziarli. La novità è la modifica delle ipotesi di reato del pm Flavia Alemi. Non più le iniziali truffa aggravata, falso materiale e ideologico, ma peculato e corruzione. Reati che allungano la prescrizione elevando le pene previste.

I fatti risalgono al 2014 e il passaggio, il secondo dopo uno stop dovuto a difetti di notifica, davanti al gip Nunzia Castellano servirà anche a chiarire un aspetto della vicenda. Uno degli imputati è ospite da tempo di una struttura psichiatrica e percepisce una pensione di invalidità.

Il giudice dovrà decidere se stralciare la sua posizione dopo aver disposto una perizia psichiatrica sulla capacità di intendere e volere di stare in giudizio. Oltre all’ex impiegato del Cnr, poi licenziato dopo la scoperta di una falsa laurea, sono imputati Antonio Bellucci, 54 anni, commercialista, San Giuliano; della moglie, Chiara Biagini, 41 anni, in passato dipendente a tempo determinato dell’Istituto di fisiologia clinica; di un ex funzionario Ifc; Eugenio Picano, 63 anni, residente a San Giuliano Terme, luminare della cardiologia, ex direttore dell’Ifc, che ha sempre sostenuto che le firme sugli atti oggetto di indagine siano state falsificate; Daniele Ferri, 56 anni, di Fauglia, all’epoca dipendente del Cnr; Simone Luzi, originario di Spoleto, 41 anni, residente a Pisa, anche lui titolare di società di consulenza così come Cristiana Bracci, 41 anni, di San Giuliano.

Il Tribunale del Riesame ha disposto anche il sequestro di conti correnti e immobili degli accusati in quello che viene ritenuto un saccheggio ai danni delle casse del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma. L’importo si aggira sui 2, 6 milioni di euro. Il provvedimento nasce come esigenza per tutelare l’ente danneggiato nell’inchiesta sui progetti commissionati all’insaputa di società committenti in un contesto ambientale favorito da un sistema di controlli interno tutt’altro che impeccabile.


 

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