Il Tirreno

Pisa

a 50 anni dalla morte

Omicidio Serantini, i problemi a riaprire il caso e la proposta: «Facciamo un tribunale terzo»

Libero Red Dolce
ranco Serantini (in secondo piano al centro della foto, con il montgomery allacciato) durante la manifestazione del 5 maggio 1972
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ranco Serantini (in secondo piano al centro della foto, con il montgomery allacciato) durante la manifestazione del 5 maggio 1972

L’avvocato Menzione affronta I problemi della ricerca di una verità giudiziaria:  «Serve un ente autonomo, con personalità eminenti di cultura e giustizia. Come il tribunale Russell»

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PISA «È possibile arrivare a una ricostruzione veridica e ad affermazioni di responsabilità penale e giuridica dopo 50 anni?». È la domanda che si pone l’avvocato Ezio Menzione riguardo alla possibilità di arrivare a un processo per i responsabili dell’omicidio dello studente Franco Serantini e la sua risposta non è ottimistica. «Non so se sia possibile riaprire un processo, mi pare difficile. È vero che l’omicidio volontario non si prescrive, ma ogni altro tipo di omicidio è soggetto a una prescrizione molto lunga. Ma ormai trascorsa. Io però qui voglio lanciare una proposta», dice l’avvocato.

Secondo Menzione infatti non è tempo di rinunciare alla possibilità di costruire una verità giuridica, seppure fuori dai tribunali. Come? «La mia idea è di costruire una specie di tribunale Russell per Serantini». Il tribunale Russell, che inizialmente si chiamava “Tribunale internazionale contro i crimini di guerra”, fu costituito su iniziativa del filosofo Bertrand Russell nel 1966, per giudicare i crimini commessi dagli Usa durante la guerra del Vietnam. Si tratta di un tribunale di opinione organismo indipendente non giurisdizionale, tutt’ora attivo.

Vediamo come funzionerebbe secondo Minzione. «Non si tratta di una presa di posizione politica e tanti saluti. Sappiamo bene come sono andate le cose: abbiamo il nome dei singoli responsabili. Ma una ricostruzione giuridica potremmo farla attraverso uno strumento come il tribunale, anche costituendolo da noi. Un tribunale terzo chiamandone a far parte eminenti personalità della cultura e della giustizia, al di fuori degli schieramenti, per rivedere la storia di 50 anni fa alla luce di criteri che allora cominciavano appena appena ad affermarsi e intravedersi e che oggi ci sembrano chiari. Io credo che siamo pronti per raccogliere questa come altre proposte, magari più sensate, e portarle avanti».

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Il cambio di prospettiva in casi di violenza perpetuata dallo Stato, sempre secondo l’avvocato Menzione, risale a vent’anni fa. Ventuno per la precisione: sono i fatti della scuola Diaz a Genova, durante il G8.

Bisogna «che la lettura comune trovi un uomo d’inciampo». Il clima nel 1972 era diverso, «un’opinione pubblica che andava costruendosi, ancora acerba al tempo, e anche la presenza di tanti uomini di tendenze conservatrici nella magistratura e non solo».

«I fatti di Genova cambiarono le cose. Anche lì si propose una ricostruzione per cui i manifestanti se la sarebbero voluta, responsabili di “devastazione e saccheggio”, reato che non si conosceva dal 1945. Cominciò a insinuarsi però il tema della responsabilità delle forze dell’ordine e di altri organi dello stato, che potevano aver commesso alcune cose. E la ricostruzione ha funzionato, nonostante la polizia non collaborò alle indagini. Si arrivò comunque a una affermazione penale di responsabilità, pur coperta dalla prescrizione. E in quel caso ci furono dei granelli che consentirono questa apertura che diventò una crepa e poi una grande crepa in cui affondarono i responsabili. Quando non si arriva al riconoscimento di una responsabilità giuridica è perché corpi dello stato si attivano per favorire una soluzione diversa, assolutoria. Quel che serve è il racconto di un testimone che si pone dall’altra parte, interno alle forze dello stato. Così com’è stato per la Diaz o per Cucchi».

E conclude: «Serantini fu ammazzato per opera della polizia e per la negligenza di altri poli dello Stato. Che non volle processare se stesso».


 

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