Lutto
L’università e il dibattito sulla pace nelle aule: meno talk-show e più divulgazione
Pisa, i seminari della politologa Urbinati alla Sant’Anna su Kant l’occasione per ripensare il ruolo dell’opinione pubblica
PISA. «Is this clear?», è chiaro? «Excellent». Aprire un varco di tempo, per lasciare che il dubbio emerga tra gli ascoltatori e si trasformi in domande. Ferri quotidiani del mestiere dell’insegnante che Nadia Urbinati, docente di teoria politica. Una premura pedagogica che usa anche durante la lezione (in inglese) alla classe di dottorandi della Scuola Sant’Anna che segue il seminario che l’accademica ha proposto quest’anno. Per un tempo non ordinario, non un testo qualsiasi: “Per la pace perpetua”, Immanuel Kant.
Un’aula universitaria (non un talk-show) e un testo di filosofia del 1795 (non un articolo di attualità) sono il luogo e il modo in cui è possibile parlare di quello che sta succedendo in Europa, mentre il fronte della guerra in Ucraina pare avvicinarsi giorno dopo giorno. Un’occasione per immaginare un dibattito diverso, non confinato sui media e fatto di risse tra addetti ai lavori. Inclusivo, piuttosto, a più voci e coinvolgente.
Urbinati insegna alla Columbia University di New York da quasi trent'anni e da qualche anno ogni anno tiene un breve seminario di 10 ore per gli studenti della Scuola Sant’Anna, dove è visiting professor. Quando scoppia la guerra, a cavallo tra febbraio e marzo, la docente ha pochi dubbi nello scegliere l’argomento del ciclo di lezioni pisana. Non parte da un testo sulle relazioni nell’est Europa o da un approfondimento sulla Russia post-sovietica, argomenti che non sono i suoi. Opta per un filosofo illuminista settecentesco tedesco e per un testo che s’interroga su come creare una condizione di pace duratura tra gli stati.
«Quando ho deciso i testi da proporre in lettura ho capito che doveva esserci per forza Kant. E' un autore del ‘700 che ha la capacità di farci ragionare su quelli che sono i principi della pace collegati a quelli della vita civile e dell'ordine politico. Non è pace astratta; Kant non è un utopista. Non è nemmeno un pacifista: vuole individuare le ragioni che determinano le guerre e le paci imperfette, le non-guerre. Vuole trovare gli argomenti razionali per cui la guerra non la pace debba essere giustificata al mondo, all'umanita'», spiega la professoressa. «Perché ai tempi di Kant era l’opposto. E pare che l’oggi stia ridiventando così».
«Nei talk-show ho sentito spesso dire che le cose più importanti sono vita e pace. La libertà in secondo ordine. È un errore. Le tre cose non stanno l’una senza le altre. Non per una ragione morale, ma perché diversamente nessuna di loro 'funziona'. Kant s’interroga sulla relazione tra pace e libertà». La politologa offre le sue riflessioni seduta in un tavolino al sole, a pochi passi dalla piccola aula dove ha tenuto lezione. Ascoltandola disegnare traiettorie di pensiero poco battute su social e giornali, non viene difficile immaginarla mentre si rivolge a un’aula magna universitaria piena. Magari una di quelle ad anfiteatro. Immaginare il brusio, il mormorare di una platea attenta e partecipe, le domande, gli scambi. Gli scontri. «È chiaro? No?». Parliamone.
Una lezione aperta alla cittadinanza, tenuta in italiano e per non specialisti, in una città universitaria come Pisa, per parlare di pace e di libertà. Qualcosa di molto diverso dall’abituale aggiornamento sulle notizie dal fronte, con lo schermo dello smartphone illuminato a pochi centimetri dalla faccia.
Urbinati ci riporta alle ragioni illuministe. «Kant sosteneva che fosse più difficile che i regimi democratici fossero esposti alla guerra rispetto a quelli dispotici. La ragione e' che in questi ultimi non c’è bisogno di chiedere il consenso ai cittadini. In quelli democratici sì, almeno si dovrebbe. E anche per ragioni di convenienza o per paura, le persone potendo non scelgono la guerra». Sarebbe superfluo, e infatti la professoressa non lo fa, notare come questo passaggio ponga interrogativi sull’invio di armi all’Ucraina, sulla necessità di un dibattito parlamentare e d’opinione partecipato, sul ruolo dell’opinione pubblica in Russia e negli altri stati.
Poi l’ancora all’attualità. «Abbiamo avuto da ultimo il caso della Russia che è intervenuta pesantemente entrando con carri armati e fanteria in un altro stato. Non ha fatto nemmeno una dichiarazione di guerra e si torna ai tempi in cui le Nazioni Unite non erano in azione. Ecco, Kant mette in guardia dai rischi per l’umanità che vengono dal disinteresse del diritto. Il discorso di Kant contiene una domanda fondamentale, che è quella che ci facciamo oggi: come fare perché la pace sia la scelta obbligata, sia un dovere? E poi, come passare dalla guerra alla pace? Come si vede sono domande attualissime».
Partendo da una crisi reale del dibattito culturale, va ora di moda dire che gli intellettuali parlano tra di loro. Battibeccano tra giornali, social e programmi tv, chiusi dentro “camere dell’eco”. Una visione impotente. Nadia Urbinati però ha il dono della chiarezza, i passaggi più complicati li srotola per lasciare che l’interlocutore ci passeggi sopra. E s’interrompe per chiedere: “è chiaro?”, is this clear? Non proprio una di quelle cortesia da talk show. E allora è solo la fantasia di un mondo che non c’è più, quello dei dibattiti aperti alla cittadinanza, in diretta, con l’università a ritrovare un ruolo “popolare” al di là di quello specialistico?
Urbinati non è pessimista. «L’opinione pubblica è fatta da molte forme di competenza e discorso. Il problema è cercare di comprendere il proprio tempo, ognuno facendo il proprio lavoro. E immaginare come questo aspetto delle competenze contribuisca a formare un pezzo di opinione pubblica. Una volta avveniva a vari livelli, ora si è interrotto. Non sarebbe male che in situazioni come quelle della guerra, che soffocano invece di consentire il pluralismo, l’università si ponga come luogo di pubblico apprendimento e discorso. La scuola Sant’Anna lo sta gia' facendo, ad esempio organizzando seminari su questi temi di "attualita'". Sarebbe interessante fare un passo oltre le mura degli atenei, verso la divulgazione che possa operare dentro l’opinione. In una piccola di piccole dimensioni come Pisa sarebbe un modo per l'universita' per interagire con la cittadinanza. Soprattutto per temi come questo, che sono cruciali per tutti. Lo storico Alessandro Barbero lo sta facendo usando la tecnologia. C’è qualcosa da cui partire. Perché no?».
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