Don Luca: «Da 30 anni curo le anime ricoverate all’ospedale di Cisanello»
Durante la pandemia andava nei reparti con la tuta protettiva a confortare i malati
PISA. «I malati? Sono i nostri maestri. Sono stati i miei maestri». Don Luca Casarosa inonda con la sua emozione e dedizione il taccuino del cronista che vuol sapere di più e meglio sulla sua vita trascorsa accanto ai malati dell’ospedale pisano di Cisanello.
Che è diventato non soltanto il suo posto di lavoro, pardon di ministero, ma anche la sua casa vera e propria visto che dall’interno dell’ospedale non fa mai un passo fuori.
«Sono quasi 30 anni che curo quelle anime ricoverate a Cisanello e mi hanno insegnato molto. Continuano a insegnarmi molto. Posso dire che non sono stato io a dare un aiuto a loro, ma loro a me».
Don Luca è nato 63 anni fa a Bientina e la sua vera vocazione era quella di fare il missionario con la Compagnia San Vincenzo de’ Paoli; un po’ come suor Ilaria Meoli che in Africa 15 anni fa perse la vita aiutando quella gente e in suo ricordo ieri pomeriggio il prete a Pontedera ha ricevuto il premio da parte della presidente del consiglio comunale, Angela Pirri. «Ma in quel periodo una brutta e seria malattia mi costrinse a rinunciare alla “mia Africa” e così dirottai la mia missione in ospedale. Forse, sapere in prima persona cosa vuol dire essere malati, mi ha aiutato molto. Ora spero di poter meritare questo premio che ricorda l’impegno di suor Ilaria».
Ha visto nascere e poi ingrandirsi la cittadella ospedaliera di Cisanello, don Luca Casarosa e con essa costruire la prima – forse – in Italia cappellanìa ospedaliera: con lui opera don Sergio Prodi e suor Elisabetta più un gruppo di una ventina di volontari. Tutti al servizio dei malati, attualmente un migliaio complessivamente nei vari reparti di Cisanello.
Don Luca da quell’area non si è mai più mosso. Vive nella foresteria dell’ospedale che nel periodo più nero del Covid ha ospitato anche il personale sanitario che non si allontanava da lì per non correre il rischio di contagiare i familiari a casa. E con loro ha trascorso i problemi e la complessità dettata dalla pandemia.
«Un periodo dal doppio risvolto. Uno bello dal punto di vista della solidarietà e del cristianesimo se così si può definire – dice – perché mi ha fatto toccare con mano la malattia, la sofferenza e la morte di molti; l’altro bruttissimo per le vite umane perse, appunto, con tante persone che chiedevano aiuto. Quando manca il respiro senti la vita che ti sta abbandonando…».
Così, don Luca ha accompagnato negli ultimi momenti dell’esistenza terrena centinaia di pazienti affetti da Covid. Ha dato loro affetto, ha regalato una parola di conforto, ha elargito tutta l’importanza della vicinanza. E ricorda alcuni fatti.
Li racconta, iniziando da quelli che si sono salvati dal coronavirus: «Uno mi disse “venga qui e mi tenga la mano. Anche senza dire nulla, ma stia qui con me”. E l’altro che volle che gli leggessi il brano del vangelo in cui Gesù disse allo storpio “Alzati e cammina” quando dopo un mese di intubazione venne messo sulla poltrona. Quindi stava migliorando il decorso del virus. Poi iniziò a piangere, perché si stava accorgendo che l’essenza della vita stava ritornando finalmente in lui».
Poi, non dimentica i racconti di chi ha lasciato questo mondo, con don Luca che è stata l’ultima persona a loro accanto: «Uno mi implorava di star vicino alla sua famiglia, ma al tempo stesso – puntualizza – mi ripeteva di dire ai familiari che non li avrebbe mai abbandonati neppure dall’aldilà, quasi fosse un messaggio di resurrezione dei giorni nostri».
Lei non si è ammalato di Covid, nonostante questo contatto diretto e prolungato. Quotidiano… «No, almeno che me ne sia accorto. Poi ho fatto le tre dosi di vaccino…».
E nel chiudere l’amabile e densa conversazione, don Luca Casarosa quasi vuole consegnare un altro insegnamento: «Ci si ricordi tutti di una cosa: stare accanto a chi soffre è un’arte delicata quanto fine. Non è difficile, è delicata!».
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