Sicurezza
«L’arrivo “fai da te” è generoso ma serve un percorso chiaro»
La Caritas ha attivato un centralino per i profughi dell’Ucraina. Don Morelli: «Togliamo gli ostacoli»
PISA. La Caritas ha messo a disposizione un numero di telefono con due o tre operatori alla risposta per la crisi Ucraina. Nei primi giorni le richieste arrivate sono tante, con nuclei familiari già arrivati che necessitano aiuto e altri in arrivo in cerca di sistemazioni. «C’è bisogno di un regista per gestire tutto e quello non può essere la Caritas. Noi siamo antenne sul territorio», spiega don Emanuele Morelli, direttore della Caritas di Pisa.
«La regia di tutto è della Prefettura, noi intanto raccogliamo, segnaliamo e facciamo girare. In modo da intervenire laddove è possibile per noi farlo», spiega don Morelli. Cosa intende per possibilità d’intervenire lo spiega subito dopo. «Abbiamo una badante ucraina che assiste una persona qui a Pisa. Hanno già accolto due familiari della donna, ma ci hanno telefonato dicendoci che sono in difficoltà perché ne arriveranno altri due. Qui si tratta di una persona aiutata da Caritas che non ce la fa ed è chiaro che ora aiuteremo il nuovo nucleo che si è costituito in casa sua. Lavoriamo a soggetto e non a copione, si analizza situazione per situazione».
La comunità ucraina sul territorio pisano è formata perlopiù da donne lavoratrici. E anche gli uomini perlopiù sono integrati, hanno un lavoro e famiglie che vivono qui da tempo. Persone che con le rimesse che inviano in Ucraina contribuiscono a sostenere le famiglie che sono rimaste in patria. «La Caritas lo scorso anno ha avuto richieste da 31 persone ucraine. Si consideri che in provincia la comunità consta di oltre 1200 persone, che non si sa se sono nuclei o famiglie. Per noi non era la comunità prevalente, quella che ci incontrava maggiormente. Soprattutto la pandemia sono state altre le realtà che abbiamo incontrato sono altre, per esempio quella del Bangladesh che fino ad allora non avevamo incrociato».
Caritas inizialmente si è messa in contatto con i nuclei che erano già nella sua rete, ma molte richieste stanno arrivando anche da persone che finora non avevano avuto contatti con l’ente. Un certo “fai da te” nella gestione dell’accoglienza e degli arrivi, messa in piedi dalla cooperazione in seno alla comunità ucraina in provincia di Pisa. Un attivismo generoso che però si scontra con dei limiti.
«Aspettiamo una procedura certa che non sia un percorso a ostacoli e che tenga insieme tutti i problemi legati all’accoglienza. La questura, il problema sanitario legato ai vaccini e capire chi, come e dove accogliere. L’accoglienza in casa è complessa: non sappiamo per quanto tempo le persone si fermeranno. Molti ci chiamano per dire che sono disposti ad accogliere persone in casa per un periodo, in questo si vede il cuore grande della nostra comunità. Però sorgono problemi. Faccio un esempio: se arriva un minore non accompagnato non si può improvvisare, ci vuole un coordinamento e una serie di criteri».
Ed è proprio questo che da Caritas richiedono con forza: coordinamento. «In prefettura nell’ultima riunione ce l’hanno assicurato. Le Caritas parrocchiali sono terminali sensibili sul territorio, forse anche più dei comuni. Spesso i parroci ci segnalano cose prima che lo sappiano le istituzioni. E noi proviamo a capire i bisogni che ci sono e proviamo a raccogliere, fare rete e rilanciare».
Dal punto di vista materiale della disponibilità di posti letto la situazione è meno rosea. «La Diocesi in provincia ha una disponibilità significativa, ma sono tutti impegnati in questo momento per l’emergenza abitativi di italiani e stranieri. Domani (oggi per chi legge, ndr) avrò un incontro con il vescovo per fare un quadro della situazione, in modo da capire se c’è qualche possibilità», continua il direttore di Caritas.
Secondo don Morelli il percorso iniziale andrebbe legato a quello delle strutture come gli alberghi Covid, per fare una prima analisi e consentire una prima valutazione per poi passare all’accoglienza vera e propria. «La gente arriva, fa cinque giorni di quarantena obbligatoria, si fa il riconoscimento, lo screening sanitario e si avvia il percorso vaccinale. E questa procedura ci permette di collocarli sul territorio. La rete che ha funzionato con l’accoglienza diffusa può avere ancora la capacità, in termini materiali, di avere dei posti».
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