Il Tirreno

Pisa

La storia pisana riscattata dalle acque di Asciano

Sergio Costanzo
Sostegni a uno degli archi dell’acquedotto
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Sostegni a uno degli archi dell’acquedotto

Le ricostruzioni fiorentine sminuiscono la città spostando ogni merito sui Medici

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PISA. Sono attratto dalla storia, dal come uomini e donne di ogni epoca contribuirono a realizzare tutto ciò che oggi percepiamo. Ma non è facile capire cosa avvenne, soprattutto quando la storia è stata costruita asservendo un potere forte, un committente, una logica demagogica. Il caso della storia pisana riscritta dai fiorentini è emblematico e si sono generate tonnellate di menzogne.

Vago spesso sui nostri monti. Un punto di partenza privilegiato è senz’altro Asciano che apre alla possibilità di incamminarsi in molteplici direzioni. Inevitabile porre l’attenzione sulla Valle delle Fonti, sulle strutture che si incontrano salendo fino a Scarpa d’Orlando, i vari sistemi di canalizzazione, le briglie aeree e la Casa della Guardia delle acque. Consiglio a tutti di percorrere i vari sentieri sul versante pisano (119-117) e lucchese (124) per ammirare la sontuosa natura, le cascate, le opere.

Cercando notizie sulla genesi dell’acquedotto mi sono imbattuto in un testo redatto nel 2014 da uno studioso della Johns Hopkins University a Baltimora che utilizza fonti del XVIII secolo. Rifacendosi agli scritti di Antonio Cocchi Mugellano (del Mugello), medico e naturalista, Francesco Fontani, sacerdote fiorentino, e Giorgio Santi, naturalista fiorentino, l’articolo narra una antistoria. Antonio nacque a Benevento da padre fiorentino e madre campana nel 1695, poi visse a Borgo San Lorenzo e studiò a Pisa per poi occupare la cattedra di medicina a Firenze. Fontani ricevette un’istruzione più modesta e, alla fine della sua vita, fu curatore della biblioteca Riccardiana. Santi studiò medicina e si spostò in Francia prima di esercitare a Pisa. Fontani, Cocchi e Santi aderirono alla massoneria e si dedicarono, a modo loro, allo studio delle acque di Pisa.

Leggiamo infatti che «... tra le doti che Pisa vantava agli occhi d’Europa non figurava la qualità delle sue acque. Queste, anzi, erano tristemente note per la loro insalubrità, provenendo da pozzi scavati in un terreno paludoso e salmastro che le rendeva naturalmente gravi e pregne di parti terrestri, con pessimi, inevitabili effetti sugli abitanti, che erano affetti da ostruzioni, idropisie, mali di gambe e cattivo colore».

Quest’ultima caratteristica, stando al Santi, era particolarmente visibile nelle fanciulle, al punto di spingere l’impietoso Boccaccio a paragonarle nel suo Decameron nientemeno che a «lucertole verminare» (Decima Novella della Seconda Giornata).

Leggiamo che «... di certo quel terreno in parte arenoso, ed in parte palustre» (Santi, 1789) non giovava alla salute dei cittadini, tra cui imperversavano «... popolarmente i mali dependenti dalla debolezza delle viscere e dell’inerzia degli umori« (Cocchi, 1750).

Era invece noto come gli stessi problemi non affliggessero la popolazione del vicino borgo d’Asciano, ai piedi dei Monti Pisani, la cui acqua di sorgente «preziosa e balsamica» consentiva loro di vivere «bene e senza sentirne alcuno incommodo nel clima umido e basso di Pisa» (Fontani, 1789). Si legge ancora che «quando la città passò definitivamente sotto il controllo di Firenze, nel 1509, una dinastia di principi illuminati e dediti alle arti e alle scienze come i Medici decisero di correre ai ripari, permettendo alla stessa Pisa d’abbeverarsi a quelle salubri sorgenti».

L’opera di costruzione fu definita “quasi divina” per l’immenso beneficio che le acque di Asciano avrebbero recato ai pisani, dato che a partire dal XVII secolo le fontane di Pisa mutarono radicalmente la loro fama, godendo «di un’acqua bevibile che in bontà non cede ad alcuna del mondo, e forse supera le più famose» (Cocchi, 1750). Merito delle sorgenti, certo, ma anche dell’imponente acquedotto, la cui magnificenza «non ha che invidiare alle grandiose opere dei romani».

Mi fermo qua. Ovviamente per magnificare la luce va creato il buio e Firenze su 5 millenni di storia pisana ha generato la tenebra. Firenze ha devastato Pisa e poi gli storici di cui sopra, facendo finta di niente, intravedono nei Medici i risolutori illuminati di tutti i problemi, parlando di una città piena di malati, di donne brutte come lucertole e circondata da infidi terreni. Tutti parlano di Pisa tranne che i pisani e il risultato è devastante.

Cari studiosi di Baltimora, la verità storica è un’altra, ma il problema e farvelo sapere. Qualcuno (chi?) dovrebbe informarvi sennò, alla fine, negli Stati Uniti finiranno per credere che Pisa non ha un aeroporto e che gli illuminati fiorentini debbono costruire per forza la loro nuova pista, che Pisa ha un clima umido e basso e invece a Firenze spira una lieve brezza di mare. Cari pisani, la storia si ripete.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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