Gioco
«Crisi già presente nel sistema sanitario la pandemia l’ha solo scatenata»
Ugo Boggi: occorre cambiare le regole con meno azienda e più ospedale, meno amministrativi e più medici
PISA. Un problema annunciato, la crisi nel Sistema Sanitario Nazionale c’era da tempo. La pandemia l’ha solo scatenata. Taglio progressivo dei bilanci, calo dei posti letto (a Pisa circa 300 in dieci anni), carenza di medici specializzati (per un anestesista rianimatore competente in terapia intensiva polmonare occorrono anche 15 anni di studio). Così tutti i nodi sono arrivati al pettine. Si allungano le liste d’attesa degli interventi soprattutto oncologici e delle diagnosi preventive. Tanti pazienti porteranno nel corpo e nello spirito questi anni difficili.
La critica è di Ugo Boggi, direttore dell’Unità Operativa di Chirurgia Generale e dei Trapianti all’Azienda ospedaliero universitaria pisana. Occorre cambiare le regole: meno azienda, più ospedale; meno amministrativi, più medici; più investimenti strutturali e tecnologici; programmazione sanitaria degli studenti universitari; più merito, meno appiattimento dei valori sanitari.
Secondo la Società Italiana di Chirurgia sono circa 400mila le operazioni oncologiche rimandate causa Covid finora in Italia...
«Il numero di interventi saltati è stato diverso per singole realtà assistenziali e fase pandemica: enorme nella prima ondata in Lombardia e meno al Centro-Sud. La pandemia non è stata la causa della crisi del Servizio Sanitario Nazionale, ma l’elemento scatenante. Il Ssn era già sull’orlo della crisi, in equilibrio precario, a seguito di tagli continui negli ultimi 10-15 anni».
La situazione pisana come si presenta?
«A Pisa, nell’ultimo decennio, sono stati chiusi circa 300 posti letto. Venti anni fa non avevamo le code al pronto soccorso. Questa politica ha portato ad un impoverimento di risorse umane e competenze professionali che ha fatto la differenza quando la pandemia ha richiesto uno sforzo maggiore».
Il sistema è stato colto di sorpresa?
«La pandemia era attesa. Non quella da coronavirus, ma una influenzale come nel documento emanato nel 2008 dal ministero della Salute. Purtroppo le varie politiche di “spending review” e “aziendalizzazione sanitaria” hanno prevalso proponendo un modello sanitario ridondante a livello amministrativo e scarno a livello sanitario con risorse “appena sufficienti” rispetto alla domanda ordinaria. La pandemia ha scombinato tutto: l’uomo non può dominare completamente la natura. Alla fine la natura si riprende il suo spazio. Le infezioni esistono da sempre e continueranno ad esistere».
E l’impatto sull’attività chirurgica?
«È stato secondario alla necessità di assistenza intensiva, ma i letti di terapia intensiva erano calibrati per essere a stento sufficienti per la chirurgia. Da qui il patatrac. Inoltre sono state precettate le risorse umane di tipo anestesiologico-rianimatorio, sottratte ancora una volta alle attività chirurgiche. Si è dimenticato che le competenze mediche non si improvvisano».
Cosa significa in pratica?
«La rianimazione polmonare è complessa. L’aver pensato che, nell’era della superspecializzazione medica, si potesse chiedere a professionisti non dedicati alle attività di rianimazione (polmonare) di assumere urgentemente tali funzioni è stato perlomeno ingenuo. Si è parlato di carenza di posti letto. Secondo l’esperienza della Fiera di Milano, si possono espandere anche rapidamente. Per avere un rianimatore davvero competente servono invece almeno 15 anni dopo la laurea e si deve investire su almeno 5 giovani dottori. Avere prestazioni eccellenti non può basarsi su un rapporto di 1=1. Per avere 1 devi investire molto di più ed a lungo termine. Ha giocato effetto negativo anche la carenza di sangue ed emoderivati. I vari lockdown, green pass, eccetera e la paura hanno portato meno persone a donare. Così la carenza di sangue è diventata un ulteriore tappa limitante».
Cosa è successo a quel punto?
«Dal marzo 2020 siamo tornati alla “normalità” solo per 20 giorni. Per il resto le risorse sono state ridotte. In una prima fase il sistema ha reagito bloccando tutto e chiudendosi a riccio. Poi siamo ripartiti. Nella prima ondata le restrizioni sono state drastiche. Da lì in avanti costanti, ma meno pesanti. Però al prepandemia non siamo mai tornati. Ma per alcuni pazienti non potrà esserci una seconda possibilità. L’avranno coloro che avevano una patologia poco grave e chi aveva un tumore aggressivo non potrà vedere recuperata la prestazione non erogata tempestivamente. È una lezione molto dura».
Si allungano i tempi per gli esami preventivi come il “sangue occulto”: si troveranno più tumori in fase avanzata, con maggior rischio per i pazienti?
«C’è stato anche un ritardo diagnostico dovuto alla riduzione dei servizi, ma soprattutto alla “paura” di recarsi in ospedale. È stato visto come un luogo pericoloso, dove era facile infettarsi. In realtà è stato un luogo abbastanza sicuro. Prima della variante Omicron abbiamo avuto tra i degenti un solo caso di Covid-19. Poi null’altro. Abbiamo 34 letti di degenza ordinaria ed abbiamo dovuto accogliere anche pazienti di altri reparti (chiusi per fare spazio ai pazienti con Covid-19). Con le dovute cautele i contagi si possono limitare».
Una volta “conclusa” la pandemia quanto tempo sarà necessario per ritornare ai livelli di normalità nelle chirurgie?
«Potrebbe essere quasi istantaneo, ma occorre riflettere sull’accaduto e invertire la politica sanitaria. I punti sono: uno, meno azienda e più ospedale; due, meno amministrativi e più sanitari; tre, più investimenti strutturali e tecnologici; quattro, programmazione adeguata e lungimirante del personale sanitario, ad iniziare dal numero di studenti ammessi al corso di laurea in medicina e chirurgia ed ai corsi di specializzazione; cinque, più merito e meno appiattimento dei valori sanitari. Non abbiamo bisogno di “operai della sanità”, ma di medici bravi. Chi è bravo si deve sentire apprezzato e valorizzato, e così resta in Italia».
Terminata la pandemia, queste strutture di terapia intensiva andranno dismesse o rimodulate in altre strategie di cura?
«Non ci sarà molto da dismettere. Il numero di posti di terapia intensiva era troppo esiguo prima. Nel nostro ospedale la dotazione di posti è di circa 56 (con circa 53 sale operatorie). Ne sono stati aperti 12 nuovi in Santa Chiara che dovranno essere chiusi quando sarà aperto l’ultimo lotto del nuovo ospedale. Io li lascerei magari come letti di terapia sub-intensiva rapidamente riattivabili in intensiva in caso di bisogno. La popolazione invecchia e gli interventi chirurgici sono sempre più complessi. I letti di degenza ad alta intensità assistenziale devono aumentare».
Fare il medico significa vivere anche le preoccupazioni del malato: cosa prova quando, per motivi di sovraffollamento delle terapie intensive, deve comunicare che l’intervento è rimandato?
«Io non faccio il chirurgo, io sono un chirurgo. Ovvero non faccio il chirurgo per vivere, ma vivo per fare il chirurgo. Sono amareggiato per la possibilità persa dal paziente. A volte sono arrabbiato. Però se il letto di terapia intensiva, il sangue o quant’altro mancassero per un solo giorno o per alcuni giorni, questo non sarebbe un problema reale. Il problema è che da ben prima della pandemia il Ssn è sull’orlo della crisi. Tutto razionato, apparentemente “razionalizzato”, ma in effetti mancante. Il bilancio deve tornare, nessun dubbio. Allora usiamo le risorse per i medici, gli infermieri e gli operatori socio sanitari e non per gli apparati amministrativi. Se fossi presidente di una squadra di calcio ed acquistassi un giocatore lo vorrei vedere in campo e non in tribuna. Non vedo l’ora che scompaia il termine “azienda” e torni a campeggiare “ospedale”».
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