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Pisa

Caso Ragusa, il giudice che ha condannato Logli: «Dispiaciuta per i figli, ma il padre è colpevole»

Pietro Barghigiani
Antonio Logli e il giudice Elsa Iadaresta
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Antonio Logli e il giudice Elsa Iadaresta

Elsa Iadaresta è il magistrato che nel dicembre 2016 lo ha condannato con rito abbreviato a 20 anni: «A causa del rito abbreviato alla fine c’ero solo io a decidere. Ho vissuto una solitudine desertica»

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Tiene la giusta distanza tra una sentenza tra le più divisive della storia giudiziaria recente e il rumore di fondo di questi giorni a proposito della richiesta di revisione del processo. E non nasconde il carico umano che un caso come quello di Roberta Ragusa ha trasferito dalle carte processuali alla sensibilità di una persona che al momento di giudicare deve scindere tra sentimenti e applicazione della legge.

Il giudice Elsa Iadaresta è il magistrato che nel dicembre 2016 ha condannato con rito abbreviato a 20 anni Antonio Logli ritenendolo colpevole dell’omicidio della moglie Roberta Ragusa. Appello e Cassazione hanno confermato la sentenza che di fatto è diventata la pietra angolare su cui poggia il sigillo definitivo della Suprema Corte.

Intervistata nel corso della trasmissione “Chi l’ha visto? ” , il giudice parla per la prima volta uscendo dal suo habitat naturale fatto di sentenze e motivazioni. Lo fa in occasione del decimo anniversario di una vicenda che non smette di offrire spunti di discussione.

LA REVISIONE

La difesa di Logli punta a chiedere la revisione del processo con la testimonianza di un detenuto che sostiene di aver raccolto lo sfogo del superteste Loris Gozi: «Non è vero che ho visto Logli la notte del 13 gennaio 2012 in via Gigli». Sul punto il magistrato spiega: «La revisione è un istituto riconosciuto dal nostro diritto. È straordinario e deve avvenire a determinate condizioni. Le nuove prove devono essere tali da condurre a un proscioglimento della persona. Anche se uscisse qualcosa di nuovo ora, la bontà della sentenza fino al terzo grado rimane tale perché i fatti portati devono avere l’elemento di non essere conosciuti dai giudici in quel momento».

NIENTE CADAVERE

Era già successo con il caso del filatelico di Torino Paolo Stroppiana (anche in quel caso il corpo della vittima mai trovato, ndr) condannato per l’omicidio di un’amica. Il caso Ragusa lo ha ribadito in maniera definitiva.

«Si può e si deve decidere anche senza il corpo – sottolinea la dottoressa – . Abbiamo interrotto il sillogismo: nessun cadavere, nessuna prova, nessun omicidio. Tutto quello che si poteva fare è stato fatto. La sentenza è stata confermata in tutti gradi e, quindi, è un verdetto che ha condannato ogni oltre ragionevole dubbio. Abbiamo restituito giustizia alla vittima e condannato sicuramente il colpevole».

LA SOLITUDINE DESERTICA

Non nasconde il magistrato quanto sia stato diverso dagli altri casi giudicare affrontare un macigno mediatico del genere. Di sicuro c’era la pressione della stampa – rimarca – . Ho cercato di isolarmi il più possibile e ho giudicato soltanto gli atti entrati legittimamente nel fascicolo dibattimentale. La mole delle carte era enorme. L’omicidio è un reato da Corte d’Assise con sei giudici popolari e due togati. A causa del rito abbreviato alla fine c’ero solo io a decidere. Ho vissuto una solitudine desertica».

RAGIONE E SENTIMENTI

Un magistrato è anche una persona. Lo dice senza infingimenti la dottoressa Iadaresta. «Durante il processo avevo una cappa di sentimenti umani sulla mia testa che mi hanno impensierito come donna, ma non come magistrato. Sono uscita da questo processo con il cuore pesante e, però, leggera per aver preso la decisione che ho preso».

IL PENSIERO PER I FIGLI

Uno degli effetti collaterali del caso Ragusa è il ruolo dei figli Alessia e Daniele che credono all’innocenza del padre.

«Dispiace per i figli – dichiara il giudice –. All’epoca la bimba aveva 10 anni, il maschio 15. Hanno avuto sentore di abbandono, hanno visto il padre prima indagato e poi condannato. La mia sentenza ha dovuto togliere loro l’ultimo baluardo familiare. So che hanno perso infanzia e adolescenza. Sono diventati più fragili e sospettosi. Però, il lavoro del magistrato è questo e sono contenta della mia decisione. Rifarei tutto passo per passo, in tutte le virgole e i punti e nelle conclusioni. Ma il peso dei figli ce l’ho ancora».

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