Il Tirreno

Pisa

il libro del riscatto 

Salvata dal suicidio Martina assapora una nuova vita grazie alla scrittura

Amanda Fincatti
Salvata dal suicidio Martina assapora una nuova vita grazie alla scrittura

Affetta dall’età di 3 anni dalla disfasia (disturbi del linguaggio) è stata vittima di bullismo, discriminazioni e ignoranza 

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Amanda Fincatti

pisa. Un racconto reale, basato sulla propria storia: “Esserci o non esserci”, edito da Porto Seguro Editore, è il libro esordiente di Martina Bracalari, pisana trenteduenne che in prima persona narra un’esistenza umana difficile. Difficile e delicata. Il libro, uscito nei mesi scorsi e acquistabile online e nei negozi Feltrinelli, è una vera testimonianza su come la vita di una ragazza possa essere sconvolta dalle conseguenze, dirette e indirette, di una patologia ancora poco conosciuta. «Disfasia: una parola semplice, ma che racchiude tutto il dolore che mi ha causato», così nelle prime righe la spiega Martina.

Diagnosticatale a soli tre anni, la disfasia (o disturbo del linguaggio) non ha reso facile il raggiungimento del più profondo desiderio della giovane: avere una vita normale. Piuttosto rara, la disfasia è spesso riconosciuta come una “disabilità invisibile”. Si tratta di un disturbo neuropsichiatrico che compromette l’utilizzo corretto del linguaggio, rendendo difficile così tutto l’apprendimento, dalla scrittura alla lettura, dalla comprensione alla formulazione di concetti e alla pronuncia delle parole. Come racconta Martina, logopedisti e psicologi l’hanno accompagnata per tutta la vita, nonché gli insegnanti di sostegno. Una grande sfida nella vita di Martina è stata affrontare il suo percorso scolastico. Dalle elementari alle scuole medie il “trattamento differenziato” che riceveva ha spesso turbato la sua affiorante sensibilità. Nonostante tutti i suoi sforzi per agire e sentirsi come gli altri, le amicizie faticavano a maturare e spesso si ritrovava da sola. Agli occhi degli altri, in tante occasioni, quella malattia non era altro che un sintomo di timidezza, fino ad arrivare, nei peggiori casi, alle accuse lanciatele dai compagni di scuola, di fingersi malata per approfittarsi delle situazioni. Bullismo, discriminazioni e ignoranza. Martina è comunque andata avanti, ma nonostante il diploma conseguito al superiore alberghiero i suoi desideri di trovare un lavoro e, soprattutto, di sentirsi parte del mondo non si sono avverati. Le sembrava che nulla andasse per il verso giusto, dato anche il rapporto con un ragazzo coetaneo che per anni ha logorato la sua stabilità emotiva, rovinandole l’autostima e l’orgoglio.

Ed è allora che pian piano le sensazioni di fallimento provate da Martina l’hanno portata a percepire la propria morte come una soluzione. Così narra: «Ho sempre pensato che non sarei dovuta nascere (…) e più pensavo alla morte e più come d’incanto questa possibilità si è trasformata in realtà». Premeditato da mesi e sin dall’inizio condiviso con il ragazzo che amava, l’idea del suicidio è stata come una luce che attirava Martina verso la propria liberazione. Portata in ambulanza dopo aver ingerito una sostanziosa quantità di pasticche, a Martina, fortunatamente, è stato concesso di vivere ancora, un’altra vita: una tutta per sé. E, forse per ironia del destino, scrivere e pubblicare la storia delle sue difficili esperienze l’hanno portata alla svolta tanto attesa.

Quando e perché ha deciso di scrivere “Esserci o non esserci”?

«Ho deciso di scriverlo circa due anni fa, dopo una lunga riabilitazione fisica in ospedale e gli altrettanti lunghi giorni in un centro psichiatrico. Avevo ancora pensieri negativi nei miei confronti, per fortuna accanto a me c’è sempre stata la mia famiglia. In tanti allora mi hanno consigliato di scrivere sulla mia storia e alla fine, nonostante le difficoltà con le parole, mi sono convinta che fosse una bella idea. Averlo fatto mi ha ridato la voglia di vivere».

Qual è il messaggio che vorrebbe trasmettere ai lettori?

«La mia vita è stata interamente condizionata dal peso che davo alla disfasia. Tutte le mie scelte erano basate sulla mia supposta condizione di inferiorità. Sceglievo le cose che apparivano più facili, come ad esempio la scelta dell’indirizzo alle superiori, e non perché mi piacevano. Con il mio racconto vorrei, per prima cosa, provare ad aiutare le persone che soffrono di depressione, poiché lo so bene quanto sia brutta la solitudine che si prova. Inoltre vorrei sensibilizzare le persone sulla disfasia e i pregiudizi ad essa collegati».

Com’è la sua vita adesso?

«La mia vita ora è un’altra. Ho sempre desiderato di aver uno scopo nella mia vita e fino a due anni fa non ne avevo nessuno, ma ora faccio parte di questo mondo. Sono riuscita a trovarmi un lavoro che mi piace, anzi due, e al momento sto scrivendo un altro libro insieme a mio padre. Ora ho ben chiaro quel che voglio fare: continuare ad essere me stessa».© RIPRODUZIONE RISERVATA

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