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Aldo Benvenuti, ricordi e scritti di un maestro

Aldo Benvenuti con il nipote Dario Danti
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Aldo Benvenuti con il nipote Dario Danti

Una carriera quarantennale in un libro Il ritratto firmato dal nipote Dario Danti. Sabato 18 dicembre la presentazione nella chiesa di Sant’Apollinare

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PISA. Una carriera di insegnante quarantennale, attraverso generazioni di pisani. Sarà presentato sabato, 18 dicembre, alle 18, nella chiesa di Sant’Apollinare in Barbaricina, in via Tommaso Rook, il libro “Aldo Benvenuti, ricordi e scritti di un maestro” (Pacini Editore). Il volume si articola in due parti: la prima contiene cinque ricordi e ritratti di Aldo Benvenuti e la seconda parte raccoglie cinque saggi di pedagogia e didattica scritti dal maestro.

Tra i ricordi ce n’è uno particolare: quello di Dario Danti. L’assessore comunale di Volterra e docente del liceo scientifico Dini è il nipote di Benvenuti. Nel suo contributo si mescolano le emozioni e le sensazioni di bambino al cospetto di un nonno assai conosciuto.

Qui anticipiamo alcuni brani scritti da Danti. «Il cappello e la cravatta. L’abito con la camicia bianca ben stirata. Lo spezzato di lino, invece, era l’abbigliamento estivo, con panama d’ordinanza. Un fazzoletto sbucava sempre dal taschino». «La penna impugnata in punta, a ricamare fitta fitta parole sul foglio, su pezzettini di bianco ricavati sul retro di stampe non più utili. Una millimetrica precisione nel non disperdere i frammenti, nell’utilizzare senza consumare».

«Ricurvo sui libri, nello studio accanto alla cucina... col tempo abbandonare la macchina da scrivere per poi passare a una scatola di plastica dove lettere ora verdi, ora arancioni, ora bianche si alternavano su fondo nero».

«D’estate ero fisso a giocare con le bimbe del giardino delle meraviglie in fondo a via Angelo Fabroni, la corte dei miei nonni di Barbaricina, il mio paese dei balocchi. Me lo meritavo dopo un anno di scuola. «E nonno dov’è?», chiedevo. «In Archivio», rispondeva mia zia. Erano, le sue, mattinate interminabili passate tra libri e scartoffie per preparare un nuovo volume sulla storia del suo paese, che era un po’ il suo mondo».

«Poi d’improvviso si sentiva il rumore del ghiaino accarezzato dal tocco dalle ruote della bicicletta: era il lento arrivo di nonno Aldo, con quel sorriso accennato e placido, sereno come il suo pedalare. Mi salutava dolcemente teso tra l’abbraccio familiare e la necessità di buttarsi nuovamente tra le sudate carte per mettere a frutto una mattinata di studio».

«Scrutare la sua pazienza di scrivano e la sua meticolosità di lettore erano di per sé un grande insegnamento, ben prima di poter parlare con lui».

«La cosa più bella di nonno Aldo non era la sua fama. Certamente lo precedeva, ma dovevo ancora capire perché. E non bastavano i racconti degli altri, i racconti di mamma, zia e nonna. Eppure, se tutti lo chiamavano il Maestro un motivo ci doveva pur essere».

«Non era per me il Nonno perché l’amore incondizionato per i miei quattro nonni ha sempre rappresentato un tutt’uno, un assoluto. Erano complementari e imprescindibili. Ho un timore forte, proprio adesso: è come se, parlando di uno soltanto, ora mi privassi degli altri tre commettendo così un torto alla compagnia di giro perfetta. Sì, perché il pranzo del dì di festa o l’estate selvaggia vissuta nella corte di via Fabroni non si potrebbero spiegare senza i calmi, riflessivi, ordinati, metodici pomeriggi invernali nella casa di via Collodi, passati, dal suono dell’ultima campanella di scuola all’arrivo serale di babbo in macchina, con gli altri due nonni. Da Barbaricina a Porta a Lucca andata e ritorno, eterno ritorno: così diverse eppure così necessarie. Ma la cristallina compenetrazione è l’illusione della perfezione».

«Le cose importanti le comprendi sempre dopo. Non necessariamente perché diventano mancanza o assenza. E non riesco a raccontare un momento preciso, o una serie di ricordi significanti. Aldo non era “il” nonno perché era Nonno Aldo per me, il Maestro per tutti».

«Accadeva di stare avvolti da silenzi lunghi e bocche aperte, la mia e la sua, per poi passare a descrivere la bontà di un fischiotto alla pomarola cucinato da nonna con la stessa precisione e cura espositiva riservata all’esposizione dei capisaldi della dialettica di Benedetto Croce. Perché il valore delle cose e delle parole, delle assenze e delle presenze non è mai il risultato di una scala gerarchica indotta o autoindotta. E non incuteva mai timore, men che meno paura, magari quella dettata dalla grandezza fisica, dalla voce nitida, dall’età avanzata».

«Mi ha seguito sempre e, per mia scelta, è stato l’unico tra i parenti ad esserci il giorno della maturità. Poi con tutti gli altri per la laurea. L’unico di nuovo il giorno della discussione finale del dottorato. Stringendo tra le mani ora i miei appunti e schemi, ora le mie tesi. Protendendo la testa in avanti per sentire meglio, per aiutarmi dando lui le risposte con un timido movimento delle labbra. Non potevo vederlo alle mie spalle, né sentirlo, ma saperlo sì. Ecco: così ha fatto per intere generazioni di bimbi, ragazzi, uomini. Con le sue lezioni, con le sue ripetizioni, con i suoi corsi e le sue relazioni. Sempre presente nelle prove difficili di ognuno: discreto e preciso, accennando quel timido movimento delle labbra che riesce a infonderti sicurezza. Perché il mio Nonno Aldo è il Maestro di tutti».

R.P.

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