Il Tirreno

Pisa

Scuola, il personale scende in piazza: non siamo tutelati

Giulia Serni
Scuola, il personale scende in piazza: non siamo tutelati

Tante rivendicazioni: dal precariato alle classi-pollaio, dai concorsi alle retribuzioni: «Non ci resta che protestare»

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Giulia Serni

Pisa. Il personale scolastico ha bisogno di risposte concrete. Il malessere della scuola dilaga e non risparmia Pisa e provincia. Anche qui come in molte altre piazze italiane, ieri mattina docenti e Ata hanno incrociato le braccia. Non troppi i disagi per l’attività didattica che si è svolta regolarmente negli istituti, fatta eccezione per alcuni casi, come all’Iti Marconi di Pontedera o alla succursale delle scuole medie Fibonacci di Pisa. Lo sciopero, proclamato da quasi la totalità dei sindacati, assente la Cisl, dopo mesi di nulla di fatto, fa da apripista per quello del 16 dicembre.

Il presidio di piazza XX settembre è poi arrivato in corteo alla prefettura per dire «Basta a una scuola che non funziona più».

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«Ci tacciano come irresponsabili perché manifestiamo. Non lo siamo affatto. Portiamo avanti la scuola pubblica e siamo qui per tutelarla – spiega Raffaella Ioannone Flc Cgil –. Lo sciopero arriva dopo mesi di tentativi e tavoli di confronto da parte dei sindacati. Il governo però va da tutt’altra parte e non ci resta che protestare».

Le rivendicazioni sono tante. Dal precariato alle procedure concorsuali “schizofreniche”. «Il 20 maggio il ministro Bianchi aveva siglato il Patto per la Scuola e da qui ci aspettavamo segnali concreti, ad esempio per le stabilizzazioni. Ad oggi invece il 40% del personale scolastico è precario e le procedure concorsuali sono inadeguate. Ci aspettavamo prove che permettessero un ricollocamento di tutti i posti che si sono resi disponibili anche a seguito del prepensionamento e invece sono arrivati dei bandi che prevedono quiz a risposta multipla dove non si tiene affatto conto del merito».

«Sono sette anni che insegno da precario – racconta Oreste D’Angelo, docente di Lettere al Carducci –. In alcune delle mie classi ho avuto cattedre vuote fino a novembre. Per non parlare poi delle problematiche legate agli spazi e al degrado di alcune strutture. La soluzione non può essere di dislocare classi o addirittura interi complessi fuori dal contesto urbano, con danno non solo per i ragazzi ma anche per la stessa città».

Sulla questione delle classi-pollaio i docenti chiedono la rilettura del Dpr 81 del 2009 che a oggi regola ancora il numero di alunni per classe ma che ormai è fuori contesto. Un ridimensionamento dei numeri «sia per la pandemia sia perché ora la società è molto più complessa e le esigenze dei singoli studenti sono cambiate. Un’insegnante, se vuole fare una didattica efficace e inclusiva non può avere 26-28 alunni per classe». Su questo punto non lascia margine Giovanni Bruno, Rsu Cobas: «Su Pisa mancano classi al Dini, al Carducci, al Buonarroti. Gli studenti sono costretti a turnazioni, sei ore per cinque giorni. La Provincia si è mossa in ritardo. Ci auguriamo un ritorno alla normalità ma questo non toglie che i fondi previsti dalla legge di Bilancio sono insufficienti, e il rischio di ritrovarci in questa situazione anche il prossimo anno è sempre più concreto». Accanto alla questione della mancanza di risorse per l’edilizia scolastica anche quella salariale. «Abbiamo stipendi al di sotto dei docenti europei, come riporta la media Ocse, e anche inferiori rispetto ai pari livello operanti nella pubblica amministrazione – precisa Ioannone –. Chiediamo una riduzione del divario retributivo. Sono circa 350 euro a danno del personale scolastico e il governo pensa di investire solo 85 euro pro capite». «Va avanti la logica che la nostra è una missione. Ma non è così. Siamo docenti, facciamo un bellissimo lavoro, ma in qualità di lavoratori devono essere riconosciuti i nostri diritti spesso negati», sottolinea Letizia Lindi, docente al Pesoni di Pontedera, che non nasconde una certa insofferenza verso una scuola «dove il ruolo educativo è delegittimato. Siamo oberati da tutta una serie di attività che ci portano via dalla didattica. Impegnati a costruire ponti tra alunni e mondo del lavoro, con le ultime dichiarazioni del ministro Bianchi sul Pcto (la nuova alternanza scuola-lavoro) a partire dalla primaria, siamo di fronte a una scuola che fa solo aumentare le disparità. La scuola deve formare cittadini consapevoli, non lavoratori. Dobbiamo preparare i ragazzi, tutti, a vivere le esperienze del mondo e garantire il loro diritto allo studio».© RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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