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I No green Pass toscani ripartono da Pisa, ma c'è paura per il rischio contagi

Libero Red Dolce
I No green Pass toscani ripartono da Pisa, ma c'è paura per il rischio contagi

Gli organizzatori festeggiano la buona riuscita del corteo. Ma in pochissimi usano la protezione negli assembramenti

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PISA. Prove tecniche di unione dei fronti “No-Green pass” ieri pomeriggio a Pisa ampiamente superata. Circa 1.500 manifestanti (1.200 per la questura), forse qualcuno in più, hanno espresso il loro dissenso contro il lasciapassare che dal 15 ottobre va presentato anche sui luoghi di lavoro. Da quella data il fronte di opposizione si è allargato e compattato e ieri ha ottenuto un primo risultato: unire i diversi canali Telegram, finora abbastanza sciolti, in una piattaforma unica in piazza. Il rischio è di ripetere quanto visto nel dopo Trieste: pochissime mascherine in spazi ristretti, con persone gomito a gomito e la concreta possibilità di creare un focolaio di contagi come a Trieste.

“La gente come noi non molla mai”. È lo slogan che unisce e ricaricala comunità, ormai un piccolo “inno” che viene intonato nei cortei di tutta Italia contro il pass. Quello di ieri si è articolato su un percorso lungo, superando forse anche le attese degli organizzatori: “Siamo una marea, siamo tantissimi”, ripetono ai microfoni con una certa eccitazione.

Si parte da piazza Vittorio Emanuele II con una serie di interventi che coprono tutta la variegata composizione del corteo. C’è Giulio Milani, editore e scrittore massese, che è uno dei leader del gruppo degli apuani “Rivoluzione allegra”. Tra quelli che si alternano al microfono è quello che usa una lingua più politica, accademica in un certo senso. Parla di rifiuto «della società di premi e punizioni, dove se una famiglia del futuro consumerà troppo per riscaldarsi magari verrà punita». Distopie di cui il Green pass, a suo dire, non sarebbe che un’anticipazione. La lingua alta l’abbandona una volta salito ad arringare la folla, urlando parole forti contro Mario Draghi e una serie di altri inviti al primo ministro non troppo urbani.

La composizione sociale è variegata, tendente verso al basso della scala economica: molti lavoratori precari, qualche statale (insegnanti, operatori sanitari), persone che hanno perso il lavoro durante la pandemia e disoccupati di lungo corso. Alcuni rivendicano con chiarezza di aver fatto il vaccino: «Io sono tra quelli – racconta Federico Giusti, della Confederazione Unitaria di Base – ma qui la questione è che le battaglie che una volta faceva la sinistra, contro il capitalismo della sorveglianza, ora sono state abbandonate. Io vorrei sapere perché la sinistra non è qui, perché non sono qui i professori e le professoresse che in accademia hanno fatto carriera sulla biopolitica e ora sono sereni». E anche l’anima livornese, rappresentata da Gabriele Nanetti, traduttore labronico, conferma: «Non siamo no-vax. L’unico principio è essere apartitici e non violenti».

Ci sono due postazioni mobili che raccolgono le voci dai microfoni. Ci si ferma per quasi un’ora in piazza Vittorio Emanuele II per darsi il tempo di raccogliere i ritardatari. E poi si parte per un lungo giro della città.

D’intorno la reazione non è indifferente. Nessuna tensione, il corteo è pacifico e più volte gli organizzatori invitano i partecipanti ad avere comportamenti civili. In via Santa Maria una mamma con i figli fa il gesto del pollice verso ai manifestanti che passano. Un signore risponde a specchio, scambio di dolci epiteti e ciascuno per la propria strada.

In altri casi l’accoglienza è più generosa, come quando una signora anziana si affaccia da un balcone in via Crispi, tricolore in pugno, a cantare il solito inno sulla gente che non molla.

La filastrocca viene spesso girata in un “la gente come noi non guarda Rai”, a cui segue sempre qualche voce isolata che puntualizza: “e manco Mediaset”. E il rapporto con i media e i giornalisti è di sospetto diffuso nella maggior parte dei casi, altre volte di garbata ma aperta ostilità.

Uno degli interventi più applauditi è di Lucia Guida, infermiera livornese che lavora al Santa Chiara di Pisa. Quando parla di «tradimento di sindacati, ordini professionali e politica» la piazza è un tripudio. È disponibile all’intervista, ma chiede di registrare. Di solito registrano i giornalisti. Sospetto garbato, si diceva.

Insieme con altri ha messo su “Contiamoci”, un canale Telegram diventato poi un’associazione mutualistica che aiuta economicamente i sanitari che sono stati sospesi dal lavoro perché non vaccinati. «Attualmente riusciamo ad aiutare 150 famiglie grazie alle sottoscrizioni di ciascun membro, 50 euro minimo, e alle donazioni». Hanno aiutato anche lei? «Io non sono stata sospesa, finora», chiarisce, anche se preferisce non rispondere quando le si chiede se è vaccinata o meno. «Chi lavora in sanità dovrebbe fare capire i rischi e i benefici di un trattamento e in questo caso i rischi non sono conosciuti ancora. E non si può demonizzare chi propone le terapie domiciliari o altri protocolli, come hanno fatto diversi medici».

Pisa è stato un banco di prova. Sui canali Telegram, termometro del movimento, si festeggiava già dal pomeriggio. «L’obiettivo è lavorare nel locale e riuscire a organizzare degli eventi mensili. Siamo partiti bene, il fronte si allarga», esultano gli organizzatori pisani.

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