Sicurezza
Suicida a 32 anni dopo le dimissioni dall’ospedale: un’indagata e cinque archiviazioni
Pisa, dai medici del pronto soccorso agli psichiatri dell’Asl non sono state rilevate negligenze durante le cure prestate al paziente morto in casa
PISA. Chiusa l’inchiesta sulla morte di un 32enne suicida dopo essere stato dimesso due volte dall’ospedale e aver passato varie visite psichiatriche attraverso i servizi Asl sul territorio.
Il sostituto procuratore Aldo Mantovani ha inviato l’avviso di conclusione delle indagini alla dottoressa Roberta Nassi, 62 anni, di Vicopisano, psichiatra al centro Asl di salute mentale di San Frediano a Settimo.
L’ipotesi di reato è di omicidio colposo.
Nel definire le singole posizioni acquisite nel corso dei primi accertamenti, il magistrato ha chiesto e ottenuto dal gip Giuseppe Laghezza l’archiviazione per gli altri cinque indagati iniziali.
Si tratta della dottoressa Simona De Luly, 48 anni, in servizio al pronto soccorso di Cisanello; del dottor Alessio Maffei, 40 anni, livornese, in servizio a medicina d’urgenza e pronto soccorso; della dottoressa Laura Simona Elmi, 53 anni, di Pisa, del servizio psichiatrico di diagnosi e cura dell’Asl; del dottor Alfredo Sbrana, 66 anni, direttore dell’unità operativa di psichiatria dell’Asl; della dottoressa Barbara Capovani, 53 anni, di Pisa, psichiatra del servizio psichiatrico di diagnosi e cura territoriale Asl.
Sono i professionisti che, in fasi e momenti diversi, avevano avuto a che fare con il paziente che in quei giorni stava attraversando un momento di particolare vulnerabilità.
La tesi della Procura, accolta dal gip è che «la morte di (omissis, ndr) non può attribuirsi a titolo di causalità omissiva a nessuno dei sopracitati medici, i quali nell’ambito del fenomeno della cosiddetta successione nella posizione di garanzia, hanno preso in carico il paziente adempiendo agli specifici obblighi di controllo e di protezione imposti dalla regola cautelare generale di diligenza prudenza e perizia dell’arte medico-psichiatrica, adottando in tal modo tutte le cautele del loro potere al fine di prevenire il pericolo di commissione di atti lesivi contro terzi o contro sé stesso da parte del paziente».
Resta nell’inchiesta solo la dottoressa Nassi, difesa dall’avvocato Stefano Del Corso.
In parallelo è stata avviata anche una causa civile contro Asl e ospedale da parte della mamma della vittima assistita dall’avvocato Luca Poldaretti.
Secondo i familiari il 32enne venne dimesso senza i dovuti approfondimenti. Una tragedia evitabile, a loro dire, quella che si consumò tra il 24 e il 25 marzo 2019. Per due volte il paziente aveva chiamato il 118 supplicando un ricovero.
«Sto male, voglio andare all’ospedale, se non mi aiutano mi ammazzo» era stato il senso della sua chiamata agli operatori. Il primo ingresso era avvenuto all’ora di pranzo di domenica 24 marzo.
Era stato preso in consegna, sistemato nell’astanteria e poi dimesso intorno alle 15. Verso le 20 altra telefonata al 118 e secondo ricovero. Viene visitato dai medici del pronto soccorso dopo che nei giorni precedenti era stato valutato anche dagli psichiatri dell’Asl territoriale.
Alle 3 del 25 marzo lo trovarono impiccato in casa. Secondo la mamma non dovevano lasciarlo andare via. La sistemazione in un centro o anche nel reparto di psichiatria avrebbe potuto metterlo in sicurezza. E salvargli la vita.
Per cinque dei sei indagati nessun rilievo penale viene mosso dalla Procura nel comportamento avuto con il paziente.
P.B.
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