Gioco
Via il nome del prof delle leggi razziali dalla strada: la petizione a Pisa
Si chiamava D'Achiardi e nel 1938 era il rettore dell'università. Spedì al ministero la lista dei docenti destinati alla sospensione
PISA. Nella serata di ieri è stata raggiunta quota 300. E il numero cresce. Sono le adesioni all’appello lanciato sulla piattaforma change.org per togliere l’intitolazione di una strada del quartiere Don Bosco a Giovanni D’Achiardi.
Nel 1938 «a Pisa furono cacciati e “sostituiti” ben 20 docenti su 400, di cui, dopo il 1945, solamente 5 sarebbero tornati; degli altri una, Enrica Calabresi, si suicidò per sfuggire alla deportazione e due, Ciro Ravenna e Raffaello Menasci, vennero inghiottiti dall’abisso della Shoah – si legge nell’appello –. Il numero degli studenti ebrei italiani rimane ancora oggi ignoto, mentre sappiamo che tutti i 290 studenti ebrei stranieri vennero espulsi».
Nel 1938 il rettore era il professor Giovanni D’Achiardi che «fu il primo responsabile – si legge ancora – dell’epurazione dei docenti ebrei, a partire dalla compilazione della lista e della selezione razziale degli studenti. Si preoccupò solo per le ripercussioni economiche per l’Università».
L’iniziativa dell’appello è coordinata da Davide Guadagni, pubblicitario, che nel 2018 è stato il responsabile del comitato organizzatore di “San Rossore 1938”, il ciclo di iniziative promosse dall’Università proprio per ricordare l’80º anniversario della firma delle leggi razziali italiane (apposta dal re proprio a Pisa), che culminò con la “Cerimonia del ricordo e delle scuse” nel cortile della Sapienza.
«Il 24 settembre 1938 il rettore Giovanni D’Achiardi obbedì – disse il rettore Paolo Mancarella nel suo lungo discorso durante la cerimonia alla Sapienza –. Spedì al ministero la lista dei docenti destinati alla sospensione: quelli di ruolo erano cinque, quattro ordinari e uno straordinario, tutti di facoltà scientifiche: i medici Enrico Emilio Franco, Attilio Gentili e Cesare Sacerdoti; il fisico Giulio Racàh; l’agronomo Ciro Ravenna. Ad essi si aggiungevano, tra i liberi docenti, l’entomologa Enrica Calabresi, il fisico Leonardo Cassuto, i medici Aldo Bolaffi, Salvatore De Benedetti, Roberto Funaro, Emanuele Hajòn Mondolfo, Raffaello Menasci, Bruno Paggi. Tra gli assistenti, i medici Giorgio Mìllul, Naftoli Emdin, Aldo Lopez, Renzo Toaff; il chimico Pietro De Cori; il giurista Renzo Bolaffi e il lettore di lingua tedesca Paul Oskar Kristeller. La perdita complessiva fu dunque di 20 docenti, ma questo non suscitò alcuna presa di posizione, alcuna indignazione, e men che meno alcuna pubblica protesta da parte dei colleghi. I colleghi obbedirono».
«Noi non vogliamo giudicare il suo lungo tragitto pubblico: Primo Levi ha scritto che “la zona dell’ambiguo non la si può tagliare in due con una linea retta” – si legge ancora nell’appello –. La condotta del rettore Giovanni D’Achiardi nel 1938 ci sembra però inequivocabile sul piano del giudizio storico, ed è la memoria di quei venti docenti, degli studenti italiani, dei 290 studenti polacchi lituani ungheresi boemi ricacciati verso i propri paesi intolleranti, e la Shoah in agguato, che ci spinge a considerare inammissibile che una via della città di Pisa gli sia ancora intitolata».
Un’intitolazione per la quale bisogna risalire al 1962. Per decenni nessuna contestazione. Ora l’appello al consiglio comunale e al sindaco perché quel nome venga cancellato. E al suo posto venga reso omaggio a Raffaello Menasci, uno che faceva parte di quella lista, morto ad Auschwitz. —
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