Il Tirreno

Pisa

l’indagine della procura di milano 

Truffa dei diamanti, in sette a processo

Truffa dei diamanti, in sette a processo

Proposti come “beni rifugio”, tanti risparmiatori raggirati In provincia di Pisa sono 12 le parti offese individuate

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Pisa. I risparmi di una vita, vecchie eredità, il frutto di anni di lavoro: qualsiasi cosa fossero, sono andati in fumo. Milioni che erano nelle tasche di tanti risparmiatori, scomparsi come nel trucco del mago di Segrate, alias Diego Abatantuono. Soldi, tanti soldi, finiti nel tritacarne di quello che dalle banche Bpm e Aletti veniva presentato come l’investimento sicuro: una cascata di diamanti. Omettendo il fatto che investimenti sicuri, a questo mondo, non esistono.

Per una delle più grandi truffe contestate al sistema bancario che si ricordi. Il tribunale di Milano, dove si sta procedendo per accertare i fatti di uno scandalo di portata nazionale, ha fissato l’udienza preliminare per il 19 luglio. Lì si deciderà se mandare a processo 105 persone di ogni parte d’Italia e quattro istituti bancari: Banco Bpm, Monte dei Paschi, Unicredit e Banca Aletti. Più la società Intermarket Diamond Business (Idb), oggi fallita, da cui formalmente si compravano i diamanti, che però venivano proposti direttamente tra gli sportelli delle filiali. Con tanto di materiale promozionale che forniva garanzie sull’operazione, dipinta come facile e sicura.

Per quanto riguarda la provincia di Pisa le persone accusate sono sette: Katia Salvatori, 49 anni nata a Pisa e residente a Viareggio, Alessandro Marcello, 39 anni di Pisa, Maria Vollono, 50 anni nata a Vico Equense e residente a Calci, Pietro Mei, nato a Pisa e residente a Carrara, Laura Braccini, 55 anni, nata a Pisa e residente a Empoli, Elisabetta Guerrieri, 53 anni, nata a Pontedera e residente a Pisa, Monica Bertini, 51 anni, nata a Pontedera.

Mentre sono state individuate dodici persone in provincia come parti offese. Nel disegno ipotizzato dalla procura i dipendenti delle banche avrebbero lavorato in stretta collaborazione con gli agenti della società Idb, da cui materialmente si compravano i diamanti, senza fare quell’azione di filtro che si chiederebbe nel rapporto di fiducia banca-cliente. Anzi: a detta della Procura di Milano, sfruttando proprio quel rapporto consolidato che serviva ad “ammorbidire” una possibile resistenza iniziale. Non a caso gli inquirenti contestano gli imputati il reato di truffa, per questa e per altre circostanze. Il prezzo proposto, per l’accusa, veniva rappresentato come il puro e semplice valore della pietra; ma in realtà comprendeva, oltre all’Iva del 20 per cento, anche le commissioni alle banche e il costo dell’assicurazione. Inoltre si promettevano rendimenti dell’investimento tra il 2 e il 5 per cento. —

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