Il Tirreno

Pisa

L’omaggio (finalmente) al maestro Riminaldi

Roberta Galli
L’omaggio (finalmente) al maestro Riminaldi

Carofano: «La mostra lo restituisce al posto che merita nella storia dell’arte» 

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PISA. Una esposizione che intende mettere in luce, per la prima volta, un illustre figlio pisano, dandogli il posto che merita nella storia dell’arte italiana. Parliamo del percorso umano ed artistico del maestro Orazio Riminaldi (Pisa 1593-1630), allievo del celebre Orazio Gentileschi e affascinato in gioventù dalla novità della pittura di Caravaggio.È questo il senso della mostra "Orazio Riminaldi. Un maestro pisano tra Caravaggio e Gentileschi", curata da Pierluigi Carofano e Riccardo Lattuada e organizzata dall’Opera della Primaziale Pisana.Una mostra inaugurata nei giorni scorsi e ospitata al Palazzo dell’Opera, in piazza dei Miracoli. Un vero e proprio omaggio ad un grande artista pisano che con la sua pittura ha dato lustro alla città.

Sul significato e l’importanza dell’iniziativa espositiva abbiamo parlato con uno dei curatori dell’evento e scopritore delle opere dell’artista, il professor Pierluigi Carofano, storico dell’arte pisano.Professor Carofano, com’è nata l’idea di questa mostra?«Tutto è cominciato durante le fasi di restauro della cupola della Cattedrale pisana, un’opera monumentale di Orazio Riminaldi (svolta tra il 1627-1630) che raffigura l’Assunta portata in cielo dagli angeli e una teoria di santi, dipinta ad olio, non ad affresco come talvolta affermato. Una pittura che sino a quel momento non era possibile ammirare dal basso, vuoi per lo sporco, che progressivamente si era accumulato sulle pareti nel corso dei decenni, vuoi per una illuminazione non appropriata. Terminato il restauro bisogna riconoscere che l’impatto della cupola sui visitatori è stato sorprendente, anche ad una visione a luce naturale. E salendo sui ponteggi, osservando a distanza ravvicinata brani di un virtuosismo pittorico straordinario che finalmente emergevano in piena luce, parlando con diagnostici, fotografi, e restauratori è sorto spontaneamente il desiderio di condividere quell’esperienza, ampliando le nostre conoscenze sull’artefice di tale bellezza. Al termine della campagna di restauro ci siamo quindi seduti intorno ad un tavolo ed abbiamo fatto una riflessione con il presidente dell’Opera, dottor Pierfrancesco Pacini».

Da qui è nata la volontà da parte di tutti i protagonisti impegnati nell’impresa del restauro di sfruttare un momento così favorevole e indagare sulla vicenda umana e professionale di Orazio Riminaldi, affidando il compito a un comitato scientifico, coordinato dallo stesso professor Carofano e da Riccardo Lattuada per studiare un progetto di fattibilità per una mostra da dedicare alla figura del pittore, decidendo così di offrire alla città di Pisa l’occasione di incontrare uno dei massimi artisti pisani, attivo non soltanto nella propria città natale, ma anche nella Roma dei primi decenni del Seicento.

Riminaldi è stato sicuramente un grande, ma secondo lei perché come artista è stato in qualche modo dimenticato e non apprezzato come merita?«In verità non si contano le volte in cui il nome di Orazio Riminaldi ricorre nella letteratura sulla pittura della prima metà del Seicento; la sua menzione si ritrova spesso in libri e cataloghi di mostre che trattano della tendenza pittorica definita Caravaggismo. Ma al pari di tanti altri maestri che hanno affollato la scena artistica italiana dell’età moderna, il percorso di Riminaldi è sconosciuto al grande pubblico. La mostra, che è a pochi metri da alcune delle sue opere più impegnative, e che perciò le ingloba nei suoi percorsi, vuole restituire a Riminaldi il posto che merita nella storia dell’arte italiana. Un posto che va ben oltre il pur grande prestigio delle committenze onorate dal pittore a Pisa, ma che lo pone tra i protagonisti del passaggio dalla stagione delle invenzioni di Caravaggio a quella del Barocco».

Cosa rappresenta per uno storico dell’arte l’opportunità di lavorare e riscoprire un artista della propria città?«Ho lavorato con il desiderio di offrire ai miei concittadini una mostra "di studio", comunque godibile anche per un pubblico di non addetti ai lavori, ma soprattutto di dare un piccolo contributo al cosiddetto rilancio nazionale del piano della cultura, avvicinando più persone possibili al mondo dell’arte, soprattutto i giovani. Per questo motivo, il percorso della mostra è arricchito da tutta una serie di strumenti didattici (anche in lingua inglese) che permetteranno di seguire direttamente il dipanarsi delle opere. L’arte come cura per l’anima, come esperienza del bello che nutre, mi auguro che i visitatori possano emozionarsi come è capitato a noi mentre allestivamo questa mostra».

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