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Pisa

Uccise la compagna, condannato a 23 anni

Gianni Parrini
Uccise la compagna, condannato a 23 anni

Graziano Zangari giudicato colpevole in Corte d'Assise per il femminicidio di Chiara Corrado, originaria di San Giuliano

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Gianni Parrini

SAN GIULIANO. Ventitré anni. È questa la pena inflitta nel processo in Corte d’Assise a Graziano Zangari, il 48enne residente a Saltocchio (Lucca), giudicato colpevole del femminicidio di Chiara Corrado, la 40enne ex dipendente delle Poste di Capannori, originaria di San Giuliano Terme. Un delitto atroce avvenuto a fine luglio 2019 con il cadavere, in avanzato stato di decomposizione, rinvenuto solo dopo quattro mesi in un sacco della spazzatura dentro a una roulotte parcheggiata in un campo sull’Aurelia, a Torre del Lago.

Poco dopo le 14 il presidente della giuria Giuseppe Pezzuti entra in aula, seguito dal giudice Raffaella Poggi e dai componenti della giuria popolare. Mentre sta per leggere la sentenza, nell’aria regna un silenzio sospeso. La colpevolezza di Zangari è scontata, ma tutto si gioca sugli anni di prigione. Al termine della requisitoria il sostituto procuratore Elena Leone ne ha chiesti 25. Il calcolo è presto fatto: 30 anni è la pena edittale per l’omicidio volontario aggravato, ma dato che l’imputato è reo confesso e che la vicenda è maturata in un contesto di forte degrado ambientale e morale gli sono riconosciute le attenuanti generiche, quindi sei anni in meno. Che portano il computo a 24, a cui si aggiunge la richiesta di un anno ulteriore per l’occultamento di cadavere. L’avvocato Maurizio Campo ha provato a sparigliare le carte sollevando una valida obiezione legata all’insussistenza dell’aggravante. Ma la giuria non l’ha presa in considerazione, considerando equivalenti l’aggravante e le attenuanti e arrivando così ai 23 anni.

Alla lettura della sentenza Zangari rimane impassibile: si limita a scambiare un “pugnetto” di saluto con l’avvocato Campo, che si dice già orientato a presentare ricorso in appello. Poi il 48enne viene riaccompagnato in carcere dalle guardie penitenziarie. Durante l’udienza, però, ha parlato a lungo. Chiamato alla sbarra per deporre, l’ex muratore di origini calabresi, ha ricostruito il rapporto con Chiara Corrado e sopratutto ha parlato dell’omicidio. All’inizio è sembrato affranto e pentito («Chiedo scusa a tutte le donne, sono qui per pagare per ciò che ho fatto»), poi invece ha cercato di sminuire le sue responsabilità. Un rapporto tormentato quello instaurato con la vittima: i due per un po’ avevano anche convissuto a casa di lui, a Saltocchio, con i genitori di lui. Ma era un continuo litigare, un lasciarsi e un riprendersi. Una situazione aggravata dall’uso di droghe e dai rapporti intrattenuti con i pusher per ottenere lo stupefacente. La sera dell’omicidio, vittima e carnefice erano da poco tornati al container che si trovava nel cantiere lungo la ferrovia a Viareggio ed erano su di giri per l’uso di stupefacenti. Hanno litigato e Zangari ha perso la testa. «Non vedevo bene – ha detto – credevo fosse uno spacciatore che voleva aggredirmi. Poi è diventato tutto nero e non ho capito più niente», ha detto l’imputato di fronte ai giurati. L’ha colpita alla testa con una chiave per il montaggio dei ponteggi, fracassandole il cranio. Poi è rimasto a dormire con il corpo ormai senza vita della donna. Il giorno dopo lo ha impacchettato, caricato su un furgoncino della per cui lavorava e portato alla roulotte parcheggiata nel piazzale di Torre del Lago, lungo l’Aurelia, dove il corpo è stato ritrovato a novembre, a seguito del cattivo odore proveniente dall’interno del mezzo. Zangari ha raccontato di essere andato tutte le sere alla roulotte a “trovare” la donna, almeno fino al 13 agosto, quando ha dovuto assentarsi per il compleanno del fratello. —

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