Gioco
«Vogliamo tornare sui banchi». Alle Fucini lezione all’aperto
Simulazione di una normale giornata di scuola di fronte all’ingresso dell’istituto: prima il suono della campanella, poi tutti ai propri posti (a distanza) per l’appello
PISA. Prima il suono della campanella, poi tutti ai propri posti per l’appello. Questa volta però non ci sono le aule tradizionali. Ci si siede per terra, sulla crocetta che serve per mantenere le corrette distanze interpersonali. Sopra non il tetto, ma il cielo azzurro di un pomeriggio soleggiato. Poi via con l’italiano, l’inglese, la matematica e le altre materie. C’è una cosa però che conta più di tutte: imparare tutti insieme, senza limitarsi ad ascoltare una voce dietro uno schermo.
«Questa è una delle tante ragioni per cui la didattica a distanza non funziona, con ricadute importanti sulla salute delle giovani generazioni». Lo hanno voluto ribadire ieri pomeriggio, in chiave giocosa, gli insegnanti dell’istituto comprensivo Fucini, con il coinvolgimento di alunni e genitori. Come? Allestendo, di fronte all’istituto in via Fratelli Antoni, una simbolica mattinata di scuola all’aperto. Una vera e propria simulazione di una normale giornata scolastica in presenza con cinque mini-lezioni scandite dal suono della campanella, oltre alle attività più pratiche e creative, dal laboratorio di pittura allo spazio di lettura e origami dedicato ai bambini delle elementari. E per concludere una sessione collettiva di body percussion, organizzata dai docenti di musica e di fisica. «Realizzando qualcosa di meno tradizionale volevamo non soltanto dire di no alla Dad, ma portare avanti la nostra proposta di scuola che si basa sulla relazione in presenza», spiega Carola Pagani, professoressa di lettere per le classi secondarie di primo grado. «La scuola non si riduce alla lezione, ma è anche l’attività ludica e ricreativa che viene organizzata normalmente e che vogliamo restituire ai nostri studenti». È proprio chi lavora nel mondo dell’istruzione che, meglio di tutti, vede quali sono gli effetti della didattica a distanza, a livello scolastico e non solo. «In Dad si spegne la scintilla. Mancano il gruppo, il confronto», dice Sara Luperini, professoressa del Fucini. «Insegnare allo schermo significa togliere l’anima alla professione. Come un pianista che invece del suo strumento suona una pianola di plastica per bambini. Nonostante l’impegno, è proprio il canale che non funziona. Quello che abbiamo riscontrato – continua – è soprattutto una grande demotivazione da parte degli alunni, anche tra quelli più curiosi, che poi nei casi peggiori si traduce in un incremento dell’abbandono scolastico. A questo si aggiunge l’aumento di un forte disagio sociale e mentale: depressione, autolesionismo. I dati sono allarmanti e anche a Pisa i centri di disturbi alimentari sono pieni di casi emersi durante il lockdown». E dall’altro lato della cattedra l’opinione è la stessa.
Alla Dad sono collegati monotonia, stress, rabbia, mentre la scuola in presenza significa benessere, relazione, risate, collaborazione. Parole scritte sui cartelli per mettere a confronto i due sistemi. «In presenza è molto più divertente», racconta un gruppo di alunni delle classi medie del Fucini. «Possiamo relazionarci meglio con i nostri professori e con i compagni, senza una chat su Google Meet. Stare per cinque ore davanti al computer è stancante. Si riescono a memorizzare molte meno cose e a casa ci sono troppe distrazioni, è difficile stare attenti. E in più si impara di meno perché è molto più semplice copiare o imbrogliare». —
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