Gioco
«Vorrei riabbracciare Angela, mi salvò ma la vita poi ci ha separato»
Dalla California l’appello dell’ex rifugiato ungherese che nell’estate del 1957 conobbe la giovane a Calambrone
storia da film
Una foto in bianco e nero di una ragazza. Avrà 16 anni, forse poco più. È in battigia, accenna un sorriso mentre alle sue spalle decine di ragazzini giocano e si tuffano in mare. Siamo nell'Italia che si sta leccando le ferite dopo un ventennio fascista e una guerra ancor più dolorosa. Il fascismo a Calambrone, però, ha lasciato tracce del suo passato, anche se oggi la colonia Firenze, una delle tante costruite nei primi anni Trenta per la Gioventù Italiana Littorio, è ridotta a poco più di un rudere. Ma quella foto è scattata quando la colonia aveva ancora pavimenti in marmo e grandi sale affacciate sul mare e brulicanti di vita. La ragazza nella foto si chiama Angela e quello scatto, nei giorni scorsi, ci ha permesso di salire a bordo della macchina del tempo. Ci siamo lasciati alle spalle tutte le preoccupazioni di questo periodo e abbiamo ricostruito una storia d'amore. Un intreccio che unisce, nel sorriso di quella ragazza alla colonia Firenze, la rivoluzione ungherese e i carri armati sovietici. Ma anche una fetta di storia d'Italia, ormai alle soglie di un boom economico senza precedenti. Di mezzo ci sono anche baci rubati, un salvataggio in mezzo al mare e la chiamata alle armi da parte degli Stati Uniti d'America. Ci sono lettere scritte e qualche decina di foto in bianco e nero. Ci sono tanti luoghi, da Marina di Massa a Calambrone. Ma ci sono anche la Germania e la California. E un sacco di personaggi che si legano come in un romanzo, dal bagnino Nando arrivando fino a Elvis Presley. C'è il desiderio di Istvan Szabo, il protagonista al maschile della storia, di non morire prima di scoprire quale fosse il cognome di Angela. «Mi ha salvato quell'estate del 1957 ed è stato il mio primo amore. Ora vivo in California, ho una moglie e una mia famiglia. Sono in pensione, ma spero che qualcuno riconosca la sua foto». Questo il messaggio che Istvan, che in Italia era diventato Stefano e ora, in America, a 81 anni si fa chiamare Steve, ha postato su Facebook nei giorni scorsi allegando anche la foto della “sua” Angela al mare.
LA RIVOLUZIONE
UNGHERESE E LA FUGA
VERSO L'ITALIA
Tradotto in italiano il suo nome, letteralmente, è Stefano Sarto. Istvan Szabo, in realtà, nasce nel pieno della seconda guerra mondiale appena fuori Budapest, in Ungheria. Frequenta una scuola professionale in città, ha le sue prime esperienze di apprendistato in una fabbrica di autobus. Poi, il 23 ottobre 1956, mentre è in classe sente un grande trambusto in strada. «C'era un mare di persone che camminava in strada, come un'ondata. Finita la lezione siamo corsi giù e io sono stato trascinato dalla corrente di persone fino a quella che allora era la piazza dove sorgeva la statua di Stalin, alta 8 metri – racconta Istvan –. Abbiamo urlato “Russi andate a casa” e altre frasi contro i sovietici, poi con altri manifestanti ho tirato giù la statua, lasciando solo gli stivali nei quali abbiamo piantato una bandiera ungherese». Oggi a Budapest, a Memento Park, ci sono ancora quelli stivali di Stalin. Ricordo lontano del regime comunista. Ma siamo nel 1956 e Istvan si trova improvvisamente in mano un fucile, viene caricato su un camion e arruolato, quasi senza rendersene conto, per la battaglia contro i russi. «Un giorno davanti a me vidi un grosso carro armato russo scendere la strada con la torretta che oscillava a destra e sinistra. E boom, iniziò a spararci contro!». I rinforzi mandati da Mosca schiacciarono la rivoluzione in breve tempo. Quel ragazzo di 16 anni, studente fino a pochi giorni prima, diventò un ricercato. Riuscì a tornare a casa, ma per evitare di essere spedito nei gulag in Siberia dovette scappare. E non riuscì a salutare neppure il padre e il fratello. «Con altri provai ad attraversare il confine in Austria, ma siamo stati catturati in un primo momento. Poi siamo scesi dal vagone e, nel bosco in mezzo alla neve, era pur sempre fine novembre, siamo riusciti a varcare il confine. Ci siamo ritrovati in una scuola e dopo una settimana di attesa è entrata una persona e ci ha detto: “Chi vuole andare in Italia?”. Mi offrii subito volontario e pochi giorni dopo ero a Marina di Massa».
DA RIFUGIATO AD ADDETTO ALLA LAVASTOVIGLIE
ALLA COLONIA FIRENZE
Istvan visse in modo inebriante quel viaggio. A ogni stazione gli italiani acclamarono i combattenti per la libertà ungheresi. In molte fermate delle ragazze gli consegnarono cibo, bevande e baci. La prima tappa toscana è a Marina di Massa. «Ho adorato quel posto, mangiavamo e nuotavamo tutto il giorno, non c'era altro da fare. Abbiamo fatto una piccola visita a Roma, ho visto la basilica di San Pietro. Poi ci hanno spostato a Calambrone. Non so perché ci spostassero, ma anche la nuova destinazione mi piacque tantissimo. C'era un ospedale militare americano e ogni tanto ci veniva dato un passaggio per andare a Livorno e vedere i film da 50 lire. Lì ho visto il primo film sui cowboy, era in bianco e nero e c'era John Wayne». Ormai tutti chiamano Istvan con la traduzione italiana, Stefano. E visto il colore dei suoi capelli, e per distinguerlo dal suo amico ungherese che si chiama come lui, diventa Stefano Biondo. E l'altro Stefano Bruno. Dopo un nuovo spostamento in montagna, a Ca di Landino, i due decisero di tornare a Calambrone, estate 1957 «Ci siamo fatti portare da un camion da Roberto, aveva questo minuscolo bar di fronte alla colonia Firenze. Lui era un uomo super gentile e quando ci ha visto ha gridato “Stefani”! E ci ha aiutato a trovare un lavoro. Conosceva uno dei responsabili della colonia, quindi ho avuto il mio primo impiego. Dovevo svuotare e riempire una lavastoviglie automatica, ma mi importava poco. Quel posto brulicava di un sacco di persone, la maggior parte erano studenti dell'Università di Firenze che facevano lì un lavoro estivo. Un giorno, in mezzo a tutti quei ragazzi, vidi per la prima volta Angela». L'inizio di una storia d'amore tra i due adolescenti.
UNA NUOTATA A LARGO
E IL RISCHIO DI MORIRE
INSIEME
Un giorno Istvan sta lavorando in cucina, quando Angela entrò e iniziò a parlare con Aldo Mondani, il capo cuoco. La ragazza indicò Stefano Biondo e poi gli si avvicinò. «Nando, il bagnino della colonia Firenze, non poteva lavorare. Quindi le ragazze avevano bisogno di qualcuno che le aiutasse con i bambini. In pratica dovevo entrare in acqua fino alla vita per assicurarmi che nessun bambino andasse in acque troppo profonde. Io ero felice, mi sembrava di essere promosso: da lavapiatti a bagnino». Quando arrivò il momento del pranzo i bambini uscirono tutti dall'acqua e Angela chiese a Istvan di fare una nuotata al largo. «Pensai che con quella dolcezza avrei nuotato fino in cima alla Torre di Pisa, fosse stato necessario. Sapevo nuotare, ma a largo ebbi un crampo. Eravamo lontani da riva e dissi a Angela di lasciarmi lì e di mettersi in salvo. «Andremo insieme a riva o sul fondo», mi disse fissandomi negli occhi. Mi aiutò, arrivarono altri ragazzi ad aiutarci prima che, arrivati sulla battigia, svenissimo per la stanchezza».
“WE WANT YOU” E LA VITA SEPARA I DUE AMATI
Poco dopo aver scampato quel pericolo, grazie al suo angelo Angela, Istvan riceve la chiamata dell'esercito americano. Prima torna a Ca di Landino, poi viene spostato a Napoli e a Friedberg in Germania, dove è arruolato anche un certo Elvis Presley. «Ci siamo salutati, tra molte lacrime, con Angela. Sapeva che sarei andato in America. Ci siamo scritti a lungo, poi per un periodo, per ragioni di sicurezza, l'esercito mi ha impedito di inviare lettere. E ho perso in contatti con lei. Sono tornato in Toscana una volta, l'ho cercata ma senza successo anche a Firenze. Poi ho trovato un lavoro in un giornale in California, dove vivo oggi, e mi sono innamorato una seconda volta. Di Annelie, che è diventata mia moglie. Ma il ricordo di Angela è ancora vivo e spero, in qualche modo, di ritrovarla presto». —
Alessandro Bientinesi
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