Sicurezza
Klaus Berggreen: il Pisa tornerà in serie A, è la categoria che merita
«La possibilità di investire in una città dove ci sono passione e competenza significa molto. E quando sarà finita la pandemia la gente vorrà divertirsi»
Antonio Scuglia
Se cerchiamo nella nostra memoria un’immagine-simbolo dei 111 anni di storia del Pisa, la mente andrà sicuramente a una maglia strappata: quella di Klaus Berggreen, dottore in Economia e Commercio con il numero 7 sulle spalle. Era il 19 gennaio 1986, nella terza giornata del girone di ritorno in serie A il Pisa ospitava la Juve prima in classifica. Al 24’ del primo tempo i nerazzurri riuscirono a sorprendere la difesa juventina e Wim Kieft, dopo aver saltato il portiere Tacconi, venne atterrato in area da Scirea: dal dischetto lo stesso attaccante trasformò il rigore.
Al 3’ della ripresa rigore per la Juventus, che all’epoca definimmo “generoso” per un presunto fallo proprio di Berggreen su Cabrini: Platini non sbagliò. Il Pisa non si demoralizzò e continuò a pressare la capolista: su un calcio d’angolo a favore del Pisa, il bianconero Manfredonia si aggrappò alla maglia di Berggreen squarciandola. Il danese si diresse verso l’arbitro D’Elia protestando con veemenza e mostrandogli la maglia, ma inutilmente.
Dottor Berggreen, da qual giorno in poi di serie A ne abbiamo vista poca, e da trent’anni il massimo campionato è solo un ricordo.
«È vero, ma da quello che leggo i ricordi potrebbero diventare presto una nuova realtà...».
Si riferisce a quello che pensiamo tutti a Pisa?
«Certo. L’arrivo di Alexander Knaster al fianco dell’attuale proprietà può regalare ciò che mancava».
Cioè?
«I soldi. Nel calcio servono tanti fattori per arrivare in alto: le capacità dei manager, i valori tecnici delle squadre, l’entusiasmo che può regalare il pubblico. Ma senza la possibilità di investire cifre adeguate è molto difficile competere con le realtà più importanti. Era già difficile, ma ancora possibile, ai tempi di Romeo Anconetani, così bravo nello scoprire e valorizzare i talenti da superare le difficoltà legate a una piazza bella ma economicamente non alla pari con le più grosse. E se 30-40 anni fa era difficile, oggi direi che è quasi impossibile».
Lei pensa che davvero ora Pisa possa pensare in grande?
«Sì. Credo che Knaster sia venuto perché ha valutato che ci sono delle cose che possono far crescere. Pisa, la Toscana, l’Italia esercitano un grande fascino in tutto il mondo».
E lo stadio nuovo potrebbe aiutare...
«Certo. Ci sono già alcune squadre nel mondo che hanno lo stadio di proprietà. Qualcuna, come la Juventus, riesce a guadagnarci con il calcio e ciò che ci sta intorno, ma in uno stadio si possono fare anche altre cose...».
In Danimarca funziona l’idea dello stadio di proprietà?
«Da noi è diverso perché il calcio non è importante come in Italia, e quindi anche i club sono meno importanti. A Lyngby abbiamo provato per trent’anni a comprarlo... Ma lo stadio principale di Copenaghen è stato ristrutturato e reso modernissimo anche per farci concerti (ndr: è il Tilia Parken, nel centro città, ricostruito dagli investitori di Baltica Finans A/S, e nel 2001 per ospitare l’Eurovision Song Contest fu anche dotato di tetto retrattile)».
Ma in questo momento non è un azzardo investire nel calcio?
«Io credo di no. Il Covid purtroppo ha cambiato le nostre vite e in questo momento non usciamo, non facciamo attività sociali. Ma quando le cose miglioreranno, la gente avrà tanta voglia di riprendersi, di divertirsi, di vedere le cose belle. A me manca tanto l’Italia, è da un anno che non riesco a tornare in Toscana: quando potrò farlo, cercherò di recuperare il tempo perduto».
Torniamo allo stadio, e ai concerti...
«Pisa potrebbe essere una location importante. A Lucca, dove c’è una sede della mia azienda (ndr: la PiRo, che tratta di moda femminile, attiva anche a Carpi), ci sono sempre dei bellissimi concerti, Pisa con un impianto adeguato potrebbe attirare molte persone dalla Versilia, da Firenze, dalle altre città vicine».
Lei ora è un imprenditore e, leggiamo su Wikipedia, anche un attore e uno showman. Non lo sapevamo.
«Io attore? Non credo (sorride). Ma forse si riferiscono agli Old Boys. È la squadra di vecchie glorie dove gioco delle partite di beneficenza, con me c’è anche Henrik Larsen, Ora che ci penso, hanno fatto un film su di noi, una fiction in cui abbiamo tre settimane di tempo per preparare una squadra che deve giocare contro l’Inghilterra».
In ogni caso, il suo nome è nella storia del calcio. Può dirci il suo ricordo più bello ai tempi del Pisa?
«È difficile scegliere: ce ne sono tanti. Magari, l’emozione che ho provato quando sono arrivato la prima volta: c’era tanta gente all’aeroporto ad accogliermi, mi fecero sentire un di loro anche se non avevo ancora firmato... fu bellissimo, la passione che Pisa ha per il calcio è davvero grande. Anche per questo spero di rivedere presto la nostra squadra dove merita di stare: in serie A!». —
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