Gioco
Maurizio Mian: con Knaster il salto di qualità Lui e Corrado ci porteranno in Europa League
Fu presidente nerazzurro per tre anni e ha continuato sempre a soffrire per la squadra della città e spesso a dare una mano nei momenti critici
l’intervista
Dottor Maurizio Mian, cosa sarà del calcio a Pisa nei prossimi anni?
«Se andrà a buon fine la trattativa fra Corrado e Knaster, e sono convinto che andrà a buon fine e anche molto presto, il calcio a Pisa farà un salto in avanti».
Quanto in avanti?
«Più di quanto sia mai successo in passato. Fra qualche anno il Pisa giocherà in Europa League».
Non le sembra una previsione azzardata?
«No, è una speranza. Ma fondata su dati oggettivi. Ricordatevi che nel calcio un po’ ci sono stato anch’io».
Certo che ce lo ricordiamo: lei è stato, con sua madre Gabriella Gentili, per tre anni proprietario e presidente del Pisa. E nel 2016 la finale di Foggia l’abbiamo giocata perché lei dette un contributo al Pisa , ovvero il 50% della fideiussione che mancava...
«Storia passata. Voglio solo dire che credo di aver maturato quel minimo di competenze che servono a capire se c’è una prospettiva oppure no. Il salto di qualità purtroppo non riuscimmo a garantirlo io e mia madre, un po’ per nostri errori e un po’ perché quel Pisa, in quegli anni, “non poteva” vincere. Avremmo potuto farlo - il Pisa, intendo, non io - qualche anno dopo, quando dopo il fallimento di Pomponi arrivò Camilli insieme a Battini. Se Camilli fosse rimasto, avrebbe potuto fare a Pisa quello che aveva solo sfiorato a Grosseto, ma andò via per motivi extracalcistici e non se ne fece nulla».
Dopo di che...
«Dopo di che il primo, grossissimo salto di qualità lo abbiamo fatto con Corrado. Io fui coinvolto mio malgrado nei colloqui a San Rossore per trovare un futuro al club dopo i problemi di Petroni, ma spiegai già allora che la speranza era l’avvento di Corrado e non mi sbagliavo. Con Corrado, Paletti e Ricci, anche se non fosse arrivato Knaster, in pochi anni avremmo visto la serie A. Hanno conoscenze, capacità e progettualità».
E con Knaster?
«Il salto diventa un volo. E fare avvicinare al Pisa e a Pisa un personaggio di questa levatura è un’altra testimonianza della bravura di Corrado. È stato lui il primo, in tempi moderni, a capire che non solo il calcio, ma la città con la sua storia e il suo nome, poteva costituire un brand di interesse mondiale. Mi disse, una volta che ci incontrammo, quando era da poco arrivato a Pisa, che non capiva come mai proprio in città fosse scarsa la percezione dell’importanza del nome Pisa nel mondo».
Ma chi è Alexander Knaster?
«Le faccio un esempio. Ci sono dei russi ricchi e vistosi, che si fanno fotografare ai grossi avvenimenti, che ostentano... ecco, quelli non contano niente. Knaster è uno che lavora, che crea, che conta. È per noi una fortuna immensa che non abbia comprato la Samp o il Parma. Perché lui e Corrado insieme sono in grado, in pochi anni, di portare il Pisa in Europa, non solo in serie A».
E poi c’è lo stadio...
«Non so se Knaster parteciperà anche alla costruzione della nuova Arena, spero di sì. L’importanza è che si faccia. Non c’è ancora una grande consapevolezza che senza stadi adeguati fra pochi anni nessuno potrà fare calcio a livello professionistico. Lo stadio non può essere solo un posto dove si gioca per 90 minuto ogni due settimane. Per generare utili deve essere la casa del club calcistico e soprattutto un polo di attrazione multifunzionale. Congressi, concerti, avvenimenti... non solo la partita».
A proposito di musica e stadi. Una quindicina di anni fa la stampa americana scrisse che lei e le sue iniziative “andavano al di là del presente, ma lo facevano troppo presto...”.
«È stato un mio errore. Il mio progetto era quello di trasformare l’evento sportivo in un’occasione di pura gioia, visto che i miei studi - se mai avranno un compimento - vertono sulla felicità. Ricorda i Gunther-5 all’Arena Garibaldi, i primi di settembre del 2003? Fu il secondo flashmob in Italia, ci precedettero di poche settimane alle Messaggerie Musicali a Roma, ma non riuscì a coinvolgere la gente, era troppo presto, la sacralità del pallone in quel momento era sentita in modo particolare e sembrò blasfemo far salire sul palco, cantare e ballare quei ragazzi. Però vedere che dopo anni si comincia a capire che lo stadio si può vivere anche con queste commistioni fra calcio e spettacolo è una gran bella cosa». —
Antonio Scuglia
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