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Pisa

Gli ultimi chilometri di Massimo “il campione” «Era il migliore, speravamo di trovarlo vivo»

Federico Lazzotti
Gli ultimi chilometri di Massimo “il campione” «Era il migliore, speravamo di trovarlo vivo»

In serata l’allarme sulla chat degli enduristi per la scomparsa dell’amico. Poi le ricerche: «La moto era sulla strada, aveva ancora gli occhiali»  

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il racconto

Federico Lazzotti

Gli amici che l o stavano cercando hanno sperato fino all’ultimo di veder spuntare la sagoma di Massimo Storai da qualche stradina dissestata che arriva fino alla cava nel Canaccini, nel cuore della Valle Benedetta. Magari scuotendo la testa per chissà quale problema alla sua Ktm 300, la moto che stava provando sabato pomeriggio. Arrabbiato, stanco, ma comunque vivo. E pronto per la prossima zingarata insieme al clan delle ruote da cross.

«Purtroppo – racconta Michele Martinelli, dell’omonima locanda a Nibbiaia, appassionato di enduro e uomo della protezione civile motociclistica – la speranza è durata poco».

I primi messaggi nella chat degli enduristi livornesi, quella dove si danno gli appuntamenti, i consigli e le dritte, erano arrivati intorno alle 19: «Massimo non si trova», dicevano preoccupati. Così in molti, tutta gente che conosce bene la zona, ha preso la propria moto per unirsi alle ricerche dei vigili del fuoco.

«Pensavamo fosse rimasto a piedi – prosegue Martinelli –. Intorno alle 20 siamo arrivati alla Valle Benedetta, abbiamo attivato i Gps e siamo andati subito a cercare dove pensavamo che fosse andato a provare le nuove sospensioni della moto». In termine tecnico quella è la pietraia, la strada che porta alla vecchia cava, un sentiero dissestata che – dicono gli esperti – essendo dritto per qualche chilometro, è perfetto per effettuare questo tipo di test.

«Abbiamo visto la moto a terra, sulla pietraia – prosegue l’amico – Abbiamo provato a chiamare Massimo, abbiamo urlato, ma non ha risposto nessuno. A quel punto abbiamo guardato sotto la strada, in una specie di avvallamento profondo circa due metri, e lo abbiamo visto. Indossava ancora il casco, i guanti e soprattutto gli occhiali da motocross, la prima cosa che chi va in moto si toglie quando capita un incidente e cerca aiuto».

È anche per questo particolare che la cosa più probabile è che la tragedia sia dovuta più a un malore che alle conseguenze di una caduta. Anche perché né la moto né il casco avevano segni di un incidente. E in quel tratto non ci sono alberi oppure ostacoli che possano far pensare a uno scontro.

I soccorritori – analizzando la moto e soprattutto il contachilometri – hanno anche ricostruito l’ultimo viaggio del sessantenne. «La moto sul parziale – raccontano – segnava sette chilometri percorsi. Tutti gli enduristi hanno l’abitudine di azzerarlo prima di partire ogni volta. E infatti la Ktm si trovava a cinque chilometri dal punto di partenza e menomale che era sulla strada, altrimenti chissà quando lo avremmo trovato».

Ecco perché è molto probabile che l’ingegnere sia arrivato intorno alle 15.30 a bordo del suo furgone alla fine di via della Valle Benedetta, abbia scaricato la moto per poi imboccare la pietraia. «È arrivato alla cava del Canaccini, ha fatto il giro per poi tornare verso il furgone. E quando ha scollinato per affrontare il rettilineo deve essersi sentito male. In tutto sarà stato in sella circa venti minuti».

Chi era Massimo, lo raccontano i compagni di avventura su due ruote con i quali ha percorso migliaia di strade e ora lo ricordano. Ci sono le lacrime del Gruppo Motori Lajatico, quelle del Moto Club Valdera. E ci sono gli aneddoti di Bruno Crocchi. «In sella – dice – era sempre molto professionale e veniva chiamato da tutti, con un po’ di invidia “il campione”. Tutti lo conoscevano con questo nomignolo scherzoso. Perché era quello che della mia generazione guidava la moto meglio di tutti».

Di aneddoti da raccontare nel giorno più triste degli enduristi livornesi ce ne sono molti. «L’ultima volta che l’ho visto – prosegue Crocchi – è stato martedì scorso. Ci siamo incontrati per caso, ero con altri appassionati a fare giretto in moto e Massimo era con il furgone: avevo portato il figlio e un amico a fare un giro in bicicletta. Ci siamo fermati a fare due chiacchiere e ci siamo salutati. Era un ottimo motociclista, tecnicamente una spanna superiore alla media, faceva anche i corsi gratuitamente a tutti i ragazzi, anche a mio figlio, per lui era un punto di riferimento, aveva una guida fluida, rotonda. In più era disponibile e appassionatissimo. Ricordo con grande nostalgia quando andavamo all’Abetone a fare dei bellissimi giri in moto. Adesso ogni volta che andremo lungo la pietraia in moto ci fermeremo e lo ricorderemo». —

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