Il Tirreno

Pisa

Il centro riapre a metà: i quattro giorni di zona gialla non aiutano i ristoranti

Valentina Landucci
Il centro riapre a metà: i quattro giorni di zona gialla non aiutano i ristoranti

Confcommercio e Confesercenti delusi e preoccupati del decreto natalizio del governo. Pieragnoli: «Morte annunciarta»

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pisa. Gialli, per quattro giorni da oggi. Una specie di semilibertà, un permesso premio di quelli che si danno ai detenuti. Ma se è vero che con l’emergenza Covid siamo tutti meno liberi e quindi, se pur breve, lo spiraglio di “zona gialla” concesso alla Toscana prima del ritorno alla zona rossa è vissuto con una certa euforia – vedi il via vai in centro a Pisa di ieri pomeriggio a caccia dell’ultimo regalino di Natale – è altrettanto evidente la difficoltà in cui da ieri si trovano bar, locali e ristoranti della città. Aprire o non aprire? Riallestire gazebo e tavolini o continuare a fare asporto e consegne a domicilio? E per cosa poi? Quanto mai si potrà recuperare delle voragini che il Covid ha parto nei bilanci delle piccole imprese della ristorazione pisana dato che comunque nelle giornate clou le attività dovranno restare chiuse?

«È la cronaca di una morte annunciata» commenta il direttore di Confcommercio Provincia di Pisa Federico Pieragnoli, che rispetto al decreto natalizio del governo Conte parla di improvvisazione e caos con l’unico risultato di «un Natale blindato e una fetta fondamentale dell’economia italiana, rappresentata da commercio, turismo e servizi, completamente paralizzata, non dal freddo, ma da una sentenza definitiva e irresponsabile di chiusura, che sacrifica migliaia di piccole imprese e lavoratori in nome di una presunta e non meglio dimostrata sicurezza sanitaria».

Un danno economico al quale si aggiunge la beffa. «La situazione è complicata anche per l’alternanza delle decisioni – commenta Federico Benacquista, titolare dell’osteria Anita in centro a Pisa e responsabile per Confesercenti delle attività di pubblico esercizio del centro storico – Fino a due settimane fa sembrava che almeno per le feste potessimo rimanere aperti e tanti tra noi avevano già preparato i menu e preso le prenotazioni. Poi è cambiato tutto un’altra volta e ci si prospetta un periodo di parziali aperture e nuove chiusure. Motivo per il quale molti di noi, e mi riferisco ai ristoranti soprattutto, hanno deciso di non riaprire per questi quattro giorni di zona gianna: continueremo a fare le consegue a domicilio e l’asporto. Oltre tutto in così poco tempo non sarebbe nemmeno facile riaprire, farlo sapere alla clientela e ricominciare».

Del resto l’aspettativa, in termini di incassi, non è delle migliori. La fetta importante di dicembre, fatta eccezione per la vigilia, Natale e San Silvestro, ormai i locali se la sono persa. «Tutto dicembre vale, mediamente, due mesi e mezzo di fatturato ordinario – spiega Benacquista – perché non ci sono solo i giorni di festa ufficiali ma tutto un contorno che è significativo: il ponte del 8 dicembre in cui i ristoranti lavorano abbastanza bene, le sessioni di laurea dei primi dieci giorni del mese che quest’anno sono completamente saltate, i pranzi e le cene aziendali, le cene tra amici per lo scambio di auguri e regali». Gli ammanchi in cassa sono, insomma, consistenti. «E la situazione è negativa anche guardando in prospettiva – aggiunge Benacquista – alla fine del primo lockdown guardavamo con fiducia all’estate. Ora se va bene andremo a riaprire per metà di gennaio, generalmente il periodo di maggiore sofferenza per le nostre attività».

«L’anno si chiude con la novità di una nuova forma di lockdown, quello intermittente – commenta ancora Pieragnoli –: oggi chiusi, domani aperti, per tre giorni di nuovo chiusi e così via, senza alcuna logica e programmazione. Non c’è niente da scherzare, visto che nel volgere di dieci giorni si bruceranno come minimo 8 miliardi di euro di consumi tra negozi, bar e ristoranti, benessere, giochi, una fondamentale scialuppa di salvataggio al termine di una anno in gravissima perdita. E questo governo, che aveva promesso di chiuderci a novembre proprio per salvare il Natale, oggi ha perso la credibilità necessaria per portarci fuori da questa tragedia. Quale ragionevolezza spinga il premier ad assumere un simile provvedimento illiberale di chiusura indiscriminata dell’intero Paese, quando lo stesso aveva adottato il metodo flessibile delle zone più o meno a rischio, francamente ci è ignoto, ma evidenzia una schizofrenia di fondo le cui conseguenze sono ormai incalcolabili, e non solo a livello economico» denuncia Pieragnoli. Che conclude: «I ristori all’italiana sono solo qualche spicciolo, niente di risolutivo, e l’unica, estrema possibilità di salvezza per le migliaia di piccole imprese è la cancellazione di tutte, tutte le tasse, e non il semplice rinvio. I soldi del recovery fund sarebbero fondamentali per questo, ma con questo governo neanche Babbo Natale potrebbe fare qualcosa». –



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