Il Tirreno

Pisa

L’intervista

Sotto l’albero spunta una straordinaria cura anti-Covid: il vaccino contro l’indifferenza

danilo renzullo
Don Maurizio Gronchi
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Don Maurizio Gronchi

A fronte del dibattito su cenoni e weekend sugli sci, don Gronchi (sacerdote dell'Arcidiocesi di Pisa e professore ordinario di Cristologia alla Pontificia Università Urbaniana a Roma) invita a pensare di più ai nuovi poveri causati dalla pandemia

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PISA. Cenoni e weekend sugli sci. Veglioni e settimane bianche. Mentre il dibattito politico, “popolare” e social da settimane è fossilizzato su quella sorta di “diritti” commerciali acquisiti negli ultimi decenni in vista delle festività natalizie, c'è chi sogna di trovare sotto un ideale albero di Natale un pasto caldo. Vecchi e nuovi poveri. Un numero crescente di indigenti che la pandemia ha reso ancora più fragili, allargando a dismisura la fascia di bisognosi. Tra di loro chi ha perso il lavoro, cassintegrati, artigiani e piccoli commercianti costretti a tirare giù la serranda. Invisibili, per i quali la condivisione diventa non un regalo, ma una vitale speranza. «Una straordinaria cura anti-virus è vaccinarci contro l’indifferenza», l'appello di don Maurizio Gronchi, sacerdote dell'Arcidiocesi di Pisa e professore ordinario di Cristologia alla Pontificia Università Urbaniana a Roma.

Don Gronchi, come preparare le imminenti feste natalizie con la sperata serenità?
«Ce lo chiediamo tutti, al di là delle zone colorate, dei divieti e dei permessi. Non è solo questione di che cosa, come o quando si può fare. È il diritto di ognuno ad una pausa nel lungo inverno che ci aspetta, una sosta in compagnia degli affetti: i familiari - oggi li chiamano “congiunti” -, gli amici, le persone care. Qui giustamente deve scattare la fantasia, dentro il labirinto di orari, aperture e chiusure di negozi e attività già duramente provati, in un anno che tutti ci auguriamo finisca in fretta. Molti ormai si stanno abituando a videochiamate, webinar, teleconferenze, messaggi video, tanto che la vita scorre più online che dal vivo. Un nuovo linguaggio ci invade: dalla presenza al remoto, siamo vivi se riusciamo a vederci e a parlarci. Lo sanno bene coloro che, in un letto d’ospedale o in una Rsa, sono circondati da generosi operatori sanitari mascherati da angeli bianchi che rischiano la vita».

Devono sentirsi in colpa gli scampati dal virus o i sopravvissuti se aspirano ad una pausa in mezzo a tanta incertezza, paura e sconforto?
«Tutti stiamo imparando ad attraversare con cautela il fragile ponte di tavole sul precipizio della pandemia, anche per avvicinare chi ci sta a cuore, sempre così vicino e così lontano. Non è allora il caso di insistere nella contrattazione tra legittime opposte esigenze: né sul dovere di fare attenzione, né sul diritto di fare festa. Ci pensano già abbastanza le autorità, da una parte, e gli operatori commerciali, dall’altra».

Cosa tocca fare ai cittadini, per trovare l’instabile equilibrio tra se stessi e gli altri, tra diritti e solidarietà?
«Questo è il punto su cui ragionare, specialmente in una città come Pisa dove i senzatetto, i poveri e i barboni sono in giro in numero sempre crescente. Ma non solo: è ancor più diffusa la discesa socio-economica di gente che fino a ieri sopravviveva dignitosamente e adesso si ritrova di colpo indigente. Come cristiano e come prete preferisco fare un discorso più ampio di quello confessionale, perché penso che quando si dà qualcosa a chi ne ha bisogno non si fa la carità, si paga un debito. Certo, il Natale è una festa cristiana, Gesù bambino nasce povero a Betlemme, ma questo non basta a far sentire tutti più buoni, magari anonimamente cristiani, seppur a dovuta distanza dalla Chiesa. Indipendentemente dal riconoscere Gesù nei più fragili e vulnerabili, il Natale ha un senso che va oltre la dimensione strettamente religiosa, perché la precede e la fonda. Per i credenti, Dio è venuto a mescolarsi e persino a nascondersi in mezzo a chi non conta nulla, è solo e abbandonato. Ciò si vede proprio nei momenti come questo, quando chi ha parenti e amici si ritrova e festeggia e chi non ha nessuno vive come tutti gli altri giorni. Eppure Dio non sta da un’altra parte, resta tra noi, si adatta anche alle ore in cui possiamo celebrarlo, perché non gli fa problema arrivare di sera, all’alba o di giorno. Nasce e basta, per venire a farci compagnia dove e come siamo».

Cosa succede quando tutti, benestanti, instabili socio-economici, poveri, sono accomunati dal dover rinunciare per forza a qualcosa?
«Non ci resta che condividere: con la famiglia umana allargata, dove c’è posto per tutti, sia che li chiamiamo fratelli e sorelle, sia che li consideriamo semplicemente persone umane. Nella chiesa di San Sepolcro a Pisa, una domenica al mese facciamo un pranzo con i poveri, circa 60, senza distinzione di condizione, provenienza, sesso o religione. Il prossimo 20 dicembre metteremo in un pacco natalizio beni di conforto, qualcosa che faccia sentire la festa. Non è molto, ma sapere che qualcuno ti aspetta, ha pensato a te, ti accoglie senza giudicarti, fa bene a chi lo fa e a chi lo riceve. Potrà sembrare una banalità, ma sta dentro un cammino settimanale, non è una tantum e festa finita. Ci sono modi semplici con cui distogliersi un po’ dalle proprie preoccupazioni, che certo rimangono, ma che quando si fanno discreta e semplice condivisione si allentano, diventano più leggere. Non c’è niente di nuovo nel pensare a chi è più debole, ma è una straordinaria cura anti-virus vaccinarci contro l’indifferenza. Forse comincia così l’anno nuovo che aspettiamo con speranza: festeggiando in serena sobrietà, in modo ridotto, ma più esteso. Molti un po’ meno, tutti un po’ di più». —

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