Il Tirreno

Pisa

Il Codice Leopoldino abolì la pena di morte con norme chiare che mancano oggi

Roberta Galli
Il Codice Leopoldino abolì la pena di morte con norme chiare che mancano oggi

Lo scrittore Marco Malvadi protagonista domani di un consiglio comunale “speciale”: «La legge del 1786 era scritta bene  e comprensibile. Spiegava il perché della scelta: il recupero della persona che si contrappone all’odierno “buttiamo la chiave”»

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L’intervista

«Ho voluto partecipare per spiegare una legge chiara, ben scritta, che dovrebbe essere presa a modello, su di un tema attuale, universale, e per niente retorico». Parola di Marco Malvaldi. Sarà infatti lo scrittore pisano, padre della fortunata serie dei delitti del BarLume, ad animare un momento di riflessione per tutti, giovani compresi. Il tema è importante: si parlerà dell’abolizione della pena morte e il ruolo dela Toscana nella storia.

Era infatti il 30 novembre del 1786, quando il Codice Leopoldino decretò l’abolizione della pena capitale nella nostra regione. Prima istituzione al mondo ad imboccare questa strada. E proprio in occasione della Festa della Toscana, quest’anno, con tutti i limiti dovuti alla pandemia, Pisa ha voluto accendere un faro su un tema non scontato, grazie al contributo offerto proprio da Marco Malvaldi, ospite e relatore di un consiglio comunale “speciale”, in streaming, in programma nel pomeriggio di domani, martedì 1° dicembre; l’invito è stato esteso anche al presidente della Regione, Eugenio Giani.

«Il contributo che offrirò sarà quello spiegare la legge – afferma Malvaldi –, come è nata e del perché sia stata varata, oltre a soffermarmi sulle motivazioni che hanno portato all’emanazione del Codice Leopoldino. Spiegare e capire sono elementi fondamentali, e la legge del 1786 era scritta bene, ben comprensibile a tutti, e qui, ahimè, mi vengono in mente i 21 parametri odierni legati al Covid. Il cittadino non capisce e resta insoddisfatto, perché ogni norma deve essere chiara, per non ubbidire ciecamente a qualcosa che non comprendiamo».

Marco Malvaldi non è uno storico e neanche un esperto in materie giuridiche, lui si occupa di scrivere libri, ma quella legge, se vogliamo rivoluzionaria per l’epoca, siamo nel 1700, ha voluto approfondire e studiare proprio per regalare un contributo a tutta la città. «Spesso si parla di cose – continua Malvaldi – che sembrano scontate, ma scontate non lo sono affatto. Ci sono vari Paesi, anche tra quelli civili che ancora applicano la pena di morte. Quindi potrebbe sembrare retorico da parte di un consiglio comunale e di uno scrittore guardare al Codice Leopoldino e invece non è lo. Non dobbiamo dimenticare che la legge è fatta dagli uomini e cambia nel tempo, nella speranza che un giorno che la pena capitale possa essere considerata solo una stortura del passato».

Malvaldi, come è nata l’idea di partecipare al consiglio?

«L’invito è partito dal presidente Alessandro Gennai e l’idea mi è piaciuta subito in quanto l’evento non ha niente a che vedere con la diversità delle opinioni politiche. Per l’occasione hanno cercato una persona che parlasse di un valore universale e sono stato ben contento di accettare. Una iniziativa meritoria per discutere dell’abolizione della pena di morte che resta un caposaldo della nostra giustizia. Poi, essendo io uno scrittore, l’argomento mi ha interessato molto e nel leggere lo Statuto Leopoldino sono rimasto commosso dalla chiarezza della legge. Sembrerà strano, ma una cosa scritta nel 1786 è chiara e comprensibile a tutti, a differenza della legge di oggi che, spesso e volentieri, resta di difficile comprensione, a causa della terminologia complessa o superata, anche per chi ha un grado di istruzione elevato».

Una legge chiara, quindi.

«Sicuramente sì, scritta bene che dovrebbe essere presa a modello, e molto funzionale perché al suo interno contiene i principi della pena. Si parla per la prima volta di un processo veloce, di una mitigazione per i reati minori e di una certezza di espiazione del reato per chi delinque. Capisaldi secondo me che ogni codice penale dovrebbe contenere al loro interno, tra cui la punizione del reo, che non è quello di ottenere vendetta, ma quello di mitigare i reati in futuro e punire chi delinque al fine quanto è possibile di recuperare la persona per mantenere la società al sicuro. Un concetto attualissimo che non dovrebbe essere perso di vista, soprattutto in questi tempi dove spesso di sente la frase: “buttiamo via la chiave”. Ecco, di fronte a queste parole mi vengono i brividi, perché spesso sono pronunciate da persone che non hanno la più pallida idea di cosa sia il carcere».

A proposito di carcere, lei ha scritto un libro insieme a un detenuto. Che esperienza è stata?

«Ero convinto di non avere pregiudizi, ma entrando in carcere i pregiudizi sono venuti fuori eccome. E quindi questo romanzo è servito a me per capirmi meglio, come persona, per capire l’universo che gira intorno alla pena, al carcere, alla punizione e non solo di chi ci sta dentro per avere sbagliato, ma anche dalla parte di ci opera, come gli agenti di polizia penitenziaria, i direttori, gli educatori. Questo libro è stato scritto insieme a un detenuto del carcere Don Bosco che sta scontando una pena per omicidio. È un giallo ambientato tra le mura di una casa circondariale, dove viene descritto cosa accade al suo interno. Un lavoro scritto a quattro mani con Glay Ghammouri che ho conosciuto durante un corso di scrittura creativa nella casa circondariale pisana. Così è nato “Vento in scatola”, pensato da Ghammouri, un misto fra un romanzo di formazione che ha il carcere come ambientazione».

E progetti per il futuro, sempre nell’ambito della scrittura in questo momento un certo semplice?

«Sto lavorando a un nuovo libro con i vecchietti anche loro in lockdown. Un mio ritorno al BarLume, e per la verità, ci ritorno sempre volentieri. Stiamo vivendo tutti una situazione molto difficile, ma io essendo uno scrittore non è che la mia vita sia molto cambiata con le regole imposte dal Covid. Lavoro da casa, e le idee non mancano». –

Roberta Galli

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