Gioco
Capitale della cultura, Andrea Buscemi sulla bocciatura di Pisa: «Coinvolte troppe teste e istanze»
L’ex assessore comunale: «Ha pesato l’aspetto smaccatamente commerciale degli sponsor»
PISA. Il progetto di “Pisa capitale della cultura” è nato dal coinvolgimento di troppe teste e istanze. Sono le parole che usa in questa intervista per commentare lo “smacco” della città della Torre, fuori dalla top ten delle finaliste per la rincorsa all’ambito titolo, l’ex assessore alla cultura del Comune di Pisa Andrea Buscemi, il predecessore di Pierpaolo Magnani costretto ad andarsene da Palazzo Gambacorti per la guerra tra correnti scatenatasi internamente alla Lega pisana e provinciale.
Cosa rappresenta per Pisa questa esclusione?
«Dispiace constatarlo, ma Pisa subisce un'umiliazione senza precedenti, perché battuta non tanto da Volterra (una città dalle grandi potenzialità, che io conosco bene per avervi diretto per anni il teatro Persio Flacco), ma soprattutto da Cerveteri o da Verbania. Dico: non siamo neppure al livello di Pieve di Soligo. Tutte località dignitosamente amene, per carità, ma noi siamo Pisa, con tutto ciò che di bello e “culturale” in senso stretto viene evocato ogni volta che pronunci nel mondo questa parola. Anche se il ministro era stato chiaro (“Non è una gara di bellezza, contano i progetti”), fino a poche ore fa davo per scontato un buon risultato, e consideravo l'essere fra le dieci finaliste il minimo sindacale per la nostra città. Non mi ero preoccupato neppure di approfondire il progetto, tanto più che il sottoscritto, com'è noto, non è stato minimamente coinvolto».
È una sconfitta tutta leghista, frutto di un “complotto” politico del ministero?
«È uno schiaffo che fa male a tutti. L'onta va condivisa in modo bipartisan, dato che l'amico Matteoni, coordinatore e dunque responsabile del Comitato, credo sia uomo di sinistra, già assessore alla cultura della giunta Lamberti a Livorno. Nessuno può certo dire, dunque, che sia stato bocciato il velleitario progetto di qualche “legaiolo ignorante”. Non credo quindi che, come allude Sgarbi, ci sia stata una “lottizzazione” della sinistra per decretare le città finaliste: sono restate fuori anche diverse città a guida Pd».
E allora qual è la ragione di questa sonora bocciatura?
«La verità, a quel che ho letto dai giornali, è che alla commissione il progetto è parso cervellotico e fin troppo generico, quasi un volo pindarico. Probabilmente, l'errore è stato il coinvolgimento di troppe teste e troppe istanze, per cui si è faticato a trovare la giusta sintesi. Oppure, invece che far del bene, ha pesato in modo negativo l'aspetto smaccatamente “commerciale” del coinvolgimento di alcuni sponsor: se fai un progetto culturale, quello deve essere, senza infingimenti o ibridazioni. Ci serva da insegnamento per il futuro».
Peccato, perché per Pisa la corsa a capitale della cultura poteva rappresentare una gran bell’occasione di rilancio per la fase post pandemia...
«Sì, esatto. Questo magro risultato certifica ahimè un anno horribilis per Pisa, stretta nella crisi dell'emergenza Covid, con tutte le sue attività ridotte al lumicino e senza una speranza a cui appigliarsi. Ecco, le dieci finaliste possono, ancora per qualche mese, cullarsi in un sogno di riscatto e rilancio».
Ora anche lei tiferà per Volterra?
«Certo che sì. Alla fine ci sarà una sola vincitrice. Non solo io, ma tutta la Toscana dovrà tifare per Volterra, accantonando la delusione e le recriminazioni e superando anche gli steccati ideologici e politici».
Qual è la lezione per Pisa?
«A Pisa non resta ora che domandarsi “cosa vorremo fare da grande”, atteso che la cultura appare come il perno sul quale sempre più poggiare il futuro della città». —
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