Gioco
«Sarà una rimessa, ma proviamo ad avere una vita quasi normale»
Sonia Marrese del Caffè Camarillo in largo Ciro Menotti è tra coloro che resistono: «È anche un servizio per i negozianti»
«Il bar è un luogo di socializzazione. Il caffè è una scusa per avere una parvenza di vita normale». Lo dice Sonia Marrese del Caffè Camarillo in largo Ciro Menotti.
Al Camarillo hanno deciso di rimanere aperti per una tazzina di caffè da asporto pur sapendo che «quella apertura sarà una rimessa». Dei pazzi? Persone che non sanno fare i conti? Negazionisti in incognito? Niente affatto. «Vogliamo essere al servizio dei commercianti che hanno un negozio qui intorno. Un caffè e basta, ma anche due chiacchiere, uno scambio di vedute, di opinioni mentre prepariamo il caffè. Tutto ciò può far sembrare, almeno per un attimo, che la vita scorra normalmente», dice Marrese. Poi la capsula di plastica chiude il bicchierino di carta, una bustina di zucchero ed un cucchiaino usa e getta ed il cliente consumerà il caffè in solitaria.
«Non c'è nessuno. Borgo Stretto è deserto. I negozi sono aperti ma non vediamo entrare nessuno»: dicono dal Camarillo, un bar-caffetteria che ha aperto nel 2019 e si è prestato subito ad ospitare eventi culturali cittadini: dalle mostre agli incontri letterari organizzati con la “dirimpettaia” libreria Ghibellina, ai raduni delle Vespa storiche in occasione della mostra di Giuseppe Bartolini. Un bar insomma vivace e reattivo nell’accogliere e fare da grancassa agli eventi di qualità.
«Sono convinta che la salute sia prioritaria. Stiamo tutti perdendo questa guerra sul fronte economico. Spero che questi sacrifici siano efficaci per preservarci almeno nella salute. Voglio però parlare di quelli che sono considerati gli untori e cioè dei ragazzi che si sono ritrovati senza scuola, senza attività sportive, senza veri incontri di socializzazione, senza il potersi muovere, senza cinema o attività teatrali. Quei ragazzi se sono inseriti in contesti controllati, osservano le regole. Stanno distanziati e si mettono la mascherina. La colpa, se vogliamo trovarne una sola, è di chi non applica le regole e di chi non le fa rispettare».
Marrese è anche fotografa ed è abituata ad osservare. «Ho centinaia di foto di Piazza dei Miracoli dove ci sono ragazzi e ragazze con la mascherina. La mettono anche in bici. La maratona che molti non volevano si tenesse, è stato un esempio di organizzazione perfetta. Non posso dire invece che la sanità si sia preparata a questa seconda ondata. So solo che sono aumentati gli psicofarmaci e non i posti letto». Ciò a cui andiamo incontro è un nuovo lockdown totale. «Ciò che si profila all'orizzonte non fa ben sperare. Mi riferisco al possibile ritorno di un lockdown come a marzo quando il centro storico era in mano solo a spacciatori e balordi ubriachi. Sono testimone del degrado che si è riversato qui in Borgo Stretto, alle Vettovaglie, in via Casa Dipinte. Lì c'è un giardinetto che alle 18 era strapieno di pusher. Quando il nostro bar doveva rimanere chiuso, so che arrivavano gli spacciatori per ricaricare il cellulare attaccandosi alle nostre prese esterne. Il tutto in pieno giorno».
Ecco cosa significherebbe un nuovo lockdown, e cioè avere una città deserta, ansiogena dove gli unici a fare affari saranno i soliti dieci spacciatori “inacciuffabili” dalle forze dell'ordine. «Se tutto ciò deve essere immolato per il diritto alla salute che questo diritto venga però difeso e tutelato da tutti – conclude –. Noi la nostra parte la facciamo. Non mi sento di dire che tutti lo facciano, o che tutti subiscano danni economici ed esistenziali come la nostra categoria». —
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