Gioco
Scarpe ordinate in Cina e vendute sul web famiglia denunciata, nonna compresa
Sequestrati 330mila euro e oscurati 5 profili social diventati vetrine virtuali, 15 influencer pubblicizzavano la merce
pisa
Un’impresa familiare con tutti i crismi. Con un dettaglio sfuggito agli operosi pisani abili, finché hanno potuto, nell’usare i social a fini di lucro: avevano ignorato che comprare dall’estero merce taroccata e rivenderla a prezzi ribassati, tenendo all’oscuro il fisco, è un reato.
È l’operazione “Top Shoes” della Guardia di finanza in cui sono stati denunciati per introduzione nello Stato e commercio di prodotti contraffatti nonna, padre, figlia e genero. Alla nonna avevano assegnato il ruolo di titolare della Postepay su cui venivano accreditati i soldi dei clienti. La figlia si occupava degli ordini ai produttori cinesi. Il marito di valorizzare l’attività sui social come Facebook, Instagram e Telegram e il papà di gestire acquisti e forniture come si direbbe in gergo in un’attività “normale”.
Oltre alla denuncia, i quattro hanno subìto anche un sequestro di oltre 330 mila euro, ritenuto dai finanzieri «l’equivalente dei guadagni illeciti degli ultimi due anni». Il personale del Nucleo Speciale Repressioni Frodi Tecnologiche ha proceduto ieri all’oscuramento di 5 profili social utilizzati per commercializzare i prodotti falsi e attirare i clienti.
La filiera aveva una sua linea commerciale con una quindicina di influencer, non note al grande pubblico, ma capaci di avere followers sufficienti per ampliare un platea di potenziali consumatori, anche all’estero. Una volta che il cliente vedeva nella vetrina “virtuale” la scarpa di marca offerto a un prezzo anche dimezzato rispetto al valore proposto nei negozi fisici, contattava la “ditta” pisana e, accettato il prezzo del prodotto, accreditava i soldi sulla Postepay intestata alla pensionata.
Una volta collezionato un numero sufficiente di richieste partiva l’ordine verso la Cina, il regno del falso sempre più vicino all’autentico.
È capitato che le consegne nel giro di qualche settimane arrivassero direttamente al domicilio dei clienti senza passare dalla sede familiare dell’impresa fantasma, ma solo per il fisco. In questo modo non c’erano avanzi di magazzino. Niente invenduto. Quello che veniva pagato era ordinato e arrivava a destinazione. I finanzieri pisani hanno ricostruito l’attività a ritroso per almeno due anni stimando in 400mila euro il fatturato del business illecito. La vendita dei falsi aveva il suo core business soprattutto sulle scarpe di lusso contraffatte delle principali case di moda: Balenciaga, Chanel, Givency, Alexander McQueen, Fendi, Dior, Louis Vuitton, Versace, Nike e Gucci. L’inchiesta della Procura non ignora soggetti al momento non sanzionabili come le influencer e i clienti. Le prime prendevano 20 euro per ogni cliente procacciato con saldo sulle solite Postepay. Di acquirenti, fanno notare dal comando di via Semeraro, ne sono stati identificati almeno 2.500. La loro posizione viene valutata sotto il profilo di una responsabilità penale ipotizzabile nel reato di ricettazione.
«Se si acquistano a 100 euro scarpe che mediamente costano il triplo deve venire il sospetto che ci sia qualcosa di poco chiaro» spiega un investigatore. Nel periodo del lockdown, come altre attività di e-commerce, l’import dalla Cina di scarpe tarocche ha avuto un incremento che, senza l’intervento della finanza, sarebbe stato replicato anche nel prossimo periodo di coprifuoco. —
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