Il Tirreno

Pisa

«Chiusi in casa da quasi un mese e nessuno ci dà notizie»

L’assurda vicenda di una famiglia di quattro persone positive asintomatiche in isolamento domiciliare dal 27 settembre 

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lo sfogo

Bene il tampone, ma senza l’esito in tempi brevi si rischia di “recludere” in casa intere famiglie. Professionisti, dipendenti, titolari di attività bloccati a domicilio in attesa di una risposta che, nel caso di un avvocato pisano e dei suoi familiari, a distanza di 27 giorni ancora non è arrivata. La disavventura, comune a tanti, per il legale Jenny Guidoccio diventa il diario di un “sequestro”.

Una famiglia chiusa in casa da quasi un mese. Tutto inizia con la positività di una figlia. L’isolamento parte dal 27 settembre.

«Due giorni dopo, mi contatta l’Asl che mi notifica il primo provvedimento di isolamento che riguarda la bimba – scrive l’avvocato –. Il tampone viene fissato il primo ottobre. Questo risulterà positivo, così come il mio, quello di mio marito e del mio figlio più piccolo. Quattro su quattro positivi (quando si dice una famiglia unita !). A quel punto, ci vengono notificati altri tre provvedimenti personali, in cui ci viene intimato “l’isolamento domiciliare… fino a completa guarigione. Il mancato rispetto delle descrizioni impartite verrà sanzionato a termine di legge”. La paura è tanta, l’attenzione è rivolta ai sintomi e alle nostre condizioni di salute che, per fortuna, si mostrano sin da subito molto buone. Rimaniamo tutti asintomatici».

Nel frattempo, dato l’elevato numero dei casi positivi viene chiusa anche la scuola pubblica, fino al 15 ottobre. Arriva la circolare ministeriale a cui si uniforma l’ordinanza regionale del 15 ottobre: gli asintomatici possono rientrare in comunità dopo un periodo di isolamento di almeno 10 giorni dalla data di esecuzione del tampone, accompagnato da un tampone negativo eseguito non prima del decimo giorno; i soggetti che, pur non presentando più sintomi, continuano a risultare positivi in caso di assenza di sintomatologia da almeno una settimana, potranno interrompere l’isolamento dopo 21 giorni dalla comparsa dei sintomi. «Ne consegue, che la bimba che ha effettuato il tampone il primo ottobre, avrebbe dovuto ripeterlo già a partire dall’11 ottobre, e noi dal 15 ottobre, visto che la nostra positività è stata accertata con un tampone del 5 ottobre – prosegue l’avvocato -. Questi i tempi di legge. E questa la realtà. Non riceviamo nessuna comunicazione, il dipartimento di prevenzione della nostra Asl ci contatta sempre meno, le telefonate della sorveglianza domiciliare, i primi giorni molto frequenti, diventano sempre più rade e, a seconda dell’operatore, le notizie sono vaghe e spesso contraddittorie. Siamo in isolamento domiciliare ormai da 26 giorni (lettera di venerdì 23, ndr), l’ultima telefonata da parte dell’istituto di prevenzione non la ricordiamo nemmeno più, ci sentiamo confusi e avremmo bisogno di chiarimenti. Comunichiamo la situazione tramite l’unico canale fruibile, una e-mail dell’istituto di prevenzione, indirizzata al medico che ha disposto l’isolamento. Proviamo a contattarlo personalmente senza successo. In una delle ultime chiamate addirittura, in malo modo, ci viene riferito che la nostra situazione non ha i carattere dell’urgenza, per cui non dobbiamo disturbare. Lo scopo della lettera è quello di evidenziare il punto di vista di migliaia di cittadini che con senso di responsabilità e abnegazione rinunciano alla propria libertà, mettono da parte progetti, accettano di vivere un periodo sospeso, al solo scopo di difendere la comunità da un possibile contagio. Credo che il sacrificio delle famiglie come la mia in isolamento, che non hanno contratto il virus frequentando la movida, le tanto vituperate discoteche o i pericolosissimi ristoranti, ma con l’unica colpa di aver fatto frequentare alla propria figlia la scuola dell’obbligo, debba ricevere il giusto risalto e la giusta tutela». —

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