Gioco
Coronavirus, dirigente Geofor in isolamento: «54 giorni in 9 metri quadrati, riscopri il valore della vita»
Tanto un dirigente Geofor è rimasto “recluso” in un albergo sanitario perché aveva contratto il Covid. Il virus ha ucciso sua madre
PISA. Come un naufrago su un’isola di 9 metri quadrati. Solo. Intorno la vita, che pure puoi vedere e sentire, scorre. E a volte, tragicamente, si interrompe: perdi tua madre, non puoi stare accanto a tuo padre che soffre. Solo: in senso fisico ma anche psicologico. Nei 9 metri quadrati accanto ai tuoi c’è chi aspetta come te e qualche volta dà in escandescenze, aggredisce quella specie di astronauti - il personale sanitario dietro maschere e tute protettive - venuti a assistere e curare. Perché l’attesa è “disperante”, la solitudine profonda. E anche il dolore. Neppure condividerlo, scambiare una parola di conforto, è consentito.
Così, per 54 giorni consecutivi. Ecco cosa è stata la permanenza in un albergo sanitario per Paolo Vannozzi, ex dirigente della Ctt Nord ora in forza a Geofor.
Cinquantaquattro giorni e sette tamponi per tornare ad essere un uomo libero. Lo racconta in un lungo post affidato ai social per dire, anzitutto, grazie a chi con ogni mezzo, ha saputo raggiungerlo e stagli vicino su quell’isola di 9 metri quadrati.
«È stata una esperienza incredibile – afferma – dopo essere stato per tanti giorni chiuso 24 ore su 24 in 9 metri quadrat mi sono nuovamente reso conto di quanto valore abbia la vita». Vannozzi racconta la disperazione dei compagni di sventura: «Chi la notte svolgeva un rito sciamano, chi non ha retto emotivamente e ha aggredito i medici, chi pregava appoggiato sul terrazzo». «Quel che più mi ha colpito, e fatto davvero tanto male, è che nessuno di noi poteva aiutare l'altro, nemmeno con una parola di conforto, tutti dovevamo rimanere fermi, chiusi nelle nostre camere. Ed ho ripensato a chi è stato abbandonato da solo in un letto di ospedale di fronte ad una malattia, che sarà sì una banale influenza, ma che a me ed un'altra milionata di persone nel mondo, ha portato via gli affetti più cari, come la mamma. Ma io sono stato più fortunato di tutti grazie alla vicinanza dei miei familiari, dei parenti, dei colleghi nuovi e vecchi, degli amici e di semplici conoscenti che con un messaggino, un WhatsApp, uno squillo, una mail mi hanno davvero travolto di affetto. È grazie a questo che ho passato tante giornate tutte uguali, senza orologio e calendario, dove perdi la dimensione del tempo. Per fortuna avevo la wi-fi a disposizione, questo mi ha consentito di poter lavorare con grande intensità».
«Per fortuna non ho perso il contatto con il mio mondo: famiglia, lavoro ed amici, le tre cose fondamentali della mia vita. Ora, dopo 7 tamponi, finalmente posso tornare di corsa a casa, ad abbracciare mia moglie, i miei figli ma soprattutto il mio babbo, dato che in questo momento è la persona che più mi è mancata, quella che avrei voluto aver vicino per farlo stare tranquillo, dopo tutto quello che ha passato ultimamente».
V.L.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
