Il dolore
«Genitori non minimizzate i sintomi e chiamate sempre il dottore»
I consigli del segretario regionale della Federazione italiana medici pediatri costretti in questi mesi a un super lavoro
L’intervista
Il bimbo si sveglia, tossisce. Tra mezzora la campanella della scuola che frequenta suonerà. Per lui e per la sorellina di qualche anno più piccola. Lo mando o non lo mando? Anzi. Li mando o non li mando? E a chi li lascio?
Dilemmi quotidiani di genitori lavoratori alle prese con l’emergenza Covid e le misure stingenti di controllo e prevenzione del contagio. Soprattutto tra la popolazione scolastica. Perché se c’è una cosa certa è che nessuno, genitori in primis, vuole veder chiudere di nuovo le porte degli istituti scolastici. Meglio un po’ di sofferenza tra stop forzati in attesa di tamponi e precauzioni moltiplicate per contenere i possibili rischi che rinunciare alla didattica in presenza. Anche se… Già. C’è un “anche se” fatto di domande, percorsi burocratici, intoppi sulle procedure sanitarie, regole che cambiano in corsa (e forse cambieranno ancora). E a tutto questo si aggiungono le oggettive difficoltà a mettere mano ad una organizzazione familiare alternativa che comprenda il lavoro di mamme e papà e l’esigenza di tenere a casa i figli al primo starnuto. Perché è esattamente questo che prevede la normativa, messa nero su bianco dalla Regione con l’ordinanza numero 91 dello scorso 12 ottobre. Alla domanda “Che faccio ora?” abbiamo provato a rispondere consultando il segretario regionale della Federazione italiana dei medici pediatri il dottor Valdo Flori.
«Bisogna chiamare il pediatra».
Sempre?
«Sempre».
Anche se, va detto, non è un periodo facile per riuscire a interloquire con i pediatri... sono sempre occupati.
«Sì, il periodo è tremendo, perché come pediatri ci stiamo sobbarcando di attività: da quelle ordinarie come visite, vaccinazioni, bilanci di salute alla gestione della sorveglianza epidemiologica per l’emergenza Covid che crea problemi: non si tratta solo di rispondere al telefono ma di seguire le procedure per la richiesta dei tamponi e i controlli, attività non proprie del pediatra quanto, maggiormente, del dipartimento di prevenzione. Ma ci siamo. Le telefonate sono ovviamente tantissime. E c’è da aggiungere che i pediatri devono prestare la massima attenzione a che gli ambulatori non diventino focolai: le regole allungano inevitabilmente i tempi per le visite e il carico di lavoro è incredibilmente aumentato».
Cerchiamo di dare qualche consiglio utile a mamme e papà: che si fa se il bimbo o la bimba ha il naso che cola?
«Occorre sentire il medico».
Fino all’anno scorso nessuno avrebbe alzato il telefono per una cosa del genere…
«Lo si deve chiamare punto e basta: questo è il punto di partenza per rendersi conto di cosa succede. Quello che occorre ricordare è che i pediatri si basano sulla presenza dei sintomi: non c’è una valutazione clinica, non si deve visitare per capire se si deve fare il tampone, al minimo indizio che si presenta si va a cercare il virus. E questo si fa perché riteniamo prioritario il diritto allo studio, vogliamo tutelare la scuola. E se è vero che i casi di infettività che poi riguardano le scuole vengono per la maggior parte da fuori è altrettanto vero che si possono propagare all’interno della scuola. E noi dobbiamo evitare che questo accada. Quindi dico ai genitori: non minimizzate i sintomi. Non stiamo cercando la malattia ma stiamo svolgendo come pediatri un’azione di sorveglianza a tappeto, vogliamo intervenire prima che ci siano i malati».
Sono state segnalate situazioni di difficoltà sulle certificazioni o autocertificazioni per le scuole. Norme diverse a seconda degli istituti. Come stanno andando le cose?
«È vero che all’inizio sono state date indicazioni poco chiare o interpretabili e abbiamo assistito alla moltiplicazione di documenti scolastici con moduli diversi. La situazione sta però migliorando, soprattutto alla luce dell’ultima delibera regionale e delle indicazioni ministeriali che hanno dettato regole comuni. Al momento stiamo lavorando per ridurre il più possibile le pratiche burocratiche. Prendiamo il caso di un bambino a casa in quarantena: deve essere assistito dalla famiglia e quindi presentare un certificato. Lo deve fare il pediatra? In realtà c’è già il documento relativo alla quarantena che consente l’attivazione del congedo parentale. Anche sulle procedure per i tamponi per gli alunni ci troviamo di fronte a situazioni diverse che possono ingenerare dubbi: se un bimbo è in quarantena perché ad esempio la mamma è positiva viene fatto il tampone, se in quarantena ci va perché un compagno è positivo il tampone potrebbe non essere necessario perché le misure anti-Covid adottate nelle scuole riducono il rischio di contagi e quindi il tampone si fa quando ci sono sintomi. Se non si fa, finita la quarantena l’alunno rientra a scuola senza bisogno di ulteriori certificazioni».
A complicare le cose a volte ci si mettono fratelli e sorelle di bambini in quarantena o con sintomi e quindi in attesa di tampone. Che si fa con loro? Li mandiamo a scuola?
«Di fronte a un percorso Covid attivato, cioè con un bambino al quale è stato prescritto il tampone, le norme prevedono l’indicazione di tenere a casa anche i fratelli minori di 6 anni. La misura ha un suo significato: sotto i 6 anni non c’è l’obbligo della mascherina ed è difficile per non dire impossibile mantenere le distanze di sicurezza. Tenere a casa i bimbi in questi casi è una precauzione in più per contenere la diffusione del coronavirus». —
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