Il Tirreno

Pisa

Anni di abusi sul figlio disabile, padre-orco entra in carcere

Pietro Barghigiani
Anni di abusi sul figlio disabile, padre-orco entra in carcere

Pena definitiva di 6 anni per violenza sessuale aggravata, ma un anno lo aveva già scontato dopo l’arresto nel 2015

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PISA. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso e per un operaio di 52 anni, residente in provincia, la nuova residenza da sabato è una cella del Don Bosco.

La pena a 6 anni per aver violentato il figlio disabile è definitiva. Arrestato nell’agosto 2015, l’uomo (omettiamo il nome per tutelare il figlio, ndr) ha scontato un anno in attesa del pronunciamento della Suprema Corte. Ora che anche l’ultimo grado di giudizio si è concluso, all’operaio restano da scontare 5 anni.

I carabinieri sono andati a bussare alla porta del 52enne che già conosceva la sua sorte dopo aver ricevuto dall’avvocato Massimo Parenti la notizia del no della Cassazione al ricorso contro il verdetto della Corte d’Appello.

In primo grado, con rito abbreviato, l’operaio era stato condannato a 8 anni. Parte civile l’avvocato Antonella Fontana.

Eloquenti le prove d’accusa collezionate dai carabinieri non solo sentendo i vicini di casa, ma fornendo anche un significativo materiale audio attraverso le intercettazioni ambientali. Non c’era stato bisogno di aggiungere altro. L’orrore era racchiuso nel dolore di quelle frasi.

Oltre alla condanna, il giudice disposto anche come pene accessorie la perdita della potestà genitoriale e del diritto di successione con interdizione perpetua dai pubblici uffici.

Il giudice non aveva riconosciuto l’aggravante di aver abusato del figlio quando aveva meno di 10 anni. Non erano stati provati gli episodi che, al contrario, negli anni successivi hanno trovato riscontri nel corso delle indagini.

L’adolescente, problematico e con periodi trascorsi in istituti specializzati, era come soggiogato dal padre. Una pressione psicologica che si trasformava in violenza fisica, con la conferma di rapporti completi imposti con la forza, in un contesto degradato nel quale il ragazzino era vittima inconsapevole.

A sollecitare i carabinieri su quello che accadeva in quella casa, dove il padre incontrava il figlio nel weekend così come disposto al tempo della separazione, furono i vicini. Sentivano le urla del ragazzino. Non un episodio isolato. La frequenza diventò sospetta fino a prendere corpo in un esposto da cui è partita l'inchiesta. Una serie di verifiche, anche con intercettazioni ambientali, furono sufficienti a mettere insieme elementi che nell’estate 2015 portarono all'arresto dell'operaio. Un anno in cella e poi la libertà. In tutto questo tempo e nei due processi affrontati è rimasto sempre in silenzio. Incapace di dare una spiegazione a quelle accuse che sgomentano solo a pensarle. —


 

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