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L’informazione tra “nuovi” cronisti e lettori responsabili

GIULIETTA BRACCI TORSI
L’informazione tra “nuovi” cronisti e lettori responsabili

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L’incontro che ha aperto l’ Internet Festival di ieri per la sezione “Digital News Matter (ovvero le notizie digitali contano, parafrasi dello slogan “black lives matter”), ha visto confrontarsi il direttore del festival Claudio Giua e (in collegamento virtuale) due protagonisti dell’informazione: il direttore di Repubblica Maurizio Molinari e il corrispondente di Repubblica da New York Alberto Flores d’Arcais, su un tema alquanto delicato quando si parla di rivoluzione digitale perché è il tramite attraverso il quale affrontiamo la realtà: Il reset dell’informazione di qualità.

Il direttore di Repubblica è partito dalla premessa che l’informazione sta cambiando in modo evidente: una rivoluzione cominciata negli anni Novanta con il cambiamento di abitudini degli utenti, sempre più consumatori di informazioni su Internet, una trasformazione che ha modificato i contenuti, aggiungendo a quelli scritti i video, con un’accelerazione negli anni Duemila, fino ad oggi. La varietà di piattaforme sulle quali cerchiamo oggi le informazioni e l’aumento esponenziale di pubblico, ha tramutato la professione di giornalista - al quale non si chiede più solo di scrivere la notizia- in un professionista capace di creare un video o un contenuto social incorporando molteplici professionalità. Un cambiamento dirompente che ha investito le redazioni dei giornali, dove a fianco dei giornalisti si affermano professioni avveniristiche come il data journalism e il data analyst (analista dei dati) che esaminano e interpretano i dati dei lettori.

Il trend è partito (come sempre) dai paesi anglosassoni dove testate autorevoli come il Wall Street Journal o il Financial Times hanno anticipato le trasformazioni del settore introducendo in redazione figure come il software engineer (ingegnere del software). Anche le nostre testate nazionali - Repubblica oggi ha ben sette milioni di utenti sui suoi siti online - analizzano le loro preferenze e disaffezioni per capirne (e carpirne) i desideri e migliorare i contenuti del giornale.

I giornali si sono trasformati seguendo il pubblico dei social network che è cresciuto e oggi supera in percentuale quello dei canali di informazione tradizionali (TV e giornali) ma «l’informazione digitale amplierà le diverse tipologie di pubblico - ha affermato Molinari - non le altererà, perché i social declinano diversamente le notizie, su questi canali il giornalista interagisce e dialoga con il lettore». Il rovescio della medaglia è l’insulto e la “fake news”, avversari temibili per l’informazione digitale social. La distorsione delle notizie è un argomento che ha provocato un acceso dibattito in Usa e in Gran Bretagna durante le presidenziali americane e il referendum per la Brexit. Durante la pandemia in Europa si è assistito a un’impennata di attacchi informatici. L’Italia è stato il primo Paese in Europa per numero di domini malevoli registrati sul Covid- 19 (dati dell’Osservatorio Disinformazione online di Agcom).Difendersi è possibile, ha chiosato Molinari, «evitando le informazioni che non hanno un mittente riconosciuto e informandosi solo sulle testate riconosciute, la cui indipendenza economica è una garanzia di indipendenza di giudizio. Serve una maggiore consapevolezza da parte dei lettori: pagare un abbonamento significa contribuire alla qualità dell’informazione».

Alberto Flores d’Arcais dal suo osservatorio americano ha aperto uno spiraglio su cosa può essere l’informazione del futuro. Lui, docente al Master di giornalismo e comunicazione multimediale della Università Luiss Guido Carli, crede che i giornali rimarranno un prodotto di nicchia per chi vuole approfondire le notizie, nel frattempo ai suoi studenti insegna a creare video, podcast, audio, perché nessuno può sapere quali piattaforme esisteranno tra cinque anni. Altrimenti che rivoluzione digitale sarebbe? —



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